LAURA MANCINELLI.
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DUE STORIE D'AMORE.
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2011 Giulio Einaudi Editore, TORINO.
Collezione: L'arcipelago.
ISBN 978-88-06-20501-0.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Le fatali vicende di due coppie di celebri amanti: Crimilde e Sigfrido, Tristano e Isotta. Due storie che affondano le radici in miti antichissimi. Laura Mancinelli le racconta, in una sua libera interpretazione, attingendo al loro nucleo pi arcaico, immergendole in un Medioevo fiabesco e tragico, fra banchetti e duelli, guerre e intrighi di corte, veleni e magie, castelli turriti e luoghi ameni. E fra i protagonisti sempre il mare: da attraversare per realizzare l'utopia del perfetto amore.
Il sogno di Crimilde  rilettura di un antichissimo mito germanico accolto nei Nibelunghi, poema anonimo composto per le corti nobiliari tra dodicesimo e tredicesimo secolo. La scrittrice si rif alla tradizione del mondo germanico meridionale, in cui una Crimilde ingenua e innamorata, dopo l'uccisione del suo Sigfrido, per vendicare il perduto amore provoca la distruzione di due interi popoli. La presenza dell'incombente tragedia non toglie nulla al fascino del racconto, anzi lo accresce.
La seconda storia, I tre volti di Isotta,  un'interpretazione del pi affascinante e misterioso poema del Medioevo europeo: il Tristano, composto da Gottfried von Strassburg all'inizio del tredicesimo secolo e rimasto incompiuto. Le figure delle tre Isotte, la Bionda, la Madre e la Bianca Mano, erano gi presenti, con i loro significati simbolici, nella tradizione celtica, e a quella versione precristiana si attiene la scrittrice, prendendo le distanze dalla sovrapposizione religiosa di Gottfried. Le contrastate vicende di Isotta la Bionda e dell'eroico Tristano si intrecciano con la sanguinosa contesa tra Cornovaglia e Irlanda, tra sfide, congiure, brevi giorni felici e inganni. Avvalendosi della libert concessa ai narratori di miti celebri, la Mancinelli attribuisce un ruolo insolito e centrale a re Marke, e al suo rapporto con i due amanti infelici.
Due storie immortali che la medievista e appassionata affabulatrice rievoca con rigore e leggerezza aprendo vividi squarci sul colorato mondo cortese.
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L'AUTRICE.
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Laura Mancinelli (Udine 18 dicembre 1933, Torino 7 luglio 2006), dopo un soggiorno di quattro anni a Rovereto dove visse la prima infanzia, la famiglia si trasfer a Torino.  
Figlia di un impiegato della Banca dItalia e di una insegnante di matematica delle Superiori, consegu la maturit al liceo classico "Cavour" di Torino. 
All'Universit di Torino, dove conobbe Claudio Magris, studi letteratura tedesca con il professor Leonello Vincenti. 
Si laure nel 1956 in lettere moderne con una tesi dal titolo Conrad Ferdinand Meyer, poeta epico lirico. Negli anni seguenti il dottorato insegn per tredici anni nella scuola media, continuando sempre a interessarsi e a lavorare sulla cultura tedesca medievale. Negli anni settanta lasci la scuola media per insegnare filologia germanica all'Universit di Sassari, dove conobbe il collega ispanista Cesare Acutis. A Sassari si ferm due anni poi, chiamata a Venezia dal germanista Ladislao Mittner, nel 1976 ottenne la cattedra di storia della lingua tedesca all'Universit Ca' Foscari. Nellanno accademico 1980-1981 fece ritorno a Torino e alla sua cattedra di filologia germanica che tenne fino al 1994. 
E' stata una germanista, medievista, traduttrice e scrittrice italiana, ha scritto numerosi saggi di storia medievale e romanzi storici. 
Ha pubblicato presso Einaudi: Il messaggio razionale dell'avanguardia, I dodici abati di Challant, Il fantasma di Mozart, Il miracolo di santa Odilia, Gli occhi
dell'imperatore, I tre cavalieri del Graal, Raskolnikov, Il mistero della sedia a rotelle, Killer presunto e Persecuzione infernale, (questi ultimi costituendo tre episodi dei Casi del capitano Flores), Il principe scalzo.
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Due storie d'amore.
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Indice.
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Prima storia: Il sogno di Crimilde.
1. Nel giardino del castello burgundo.
2. Il sogno di Crimilde.
3. Amore di terra lontana.
4. La guerra contro Sassoni e Danesi.
5. Il messaggio di vittoria.
6. L'incontro dei due innamorati.
7. L'ombra di Brunilde.
8. Madonna Avventura.
9. Il ritorno dei vincitori.
10. Le doppie nozze.
11. La lotta nel talamo di Brunilde.
12. Le lacrime di Brunilde.
13. Il funesto presagio.
14. La lite fra le regine.
15. La vendetta di Brunilde.
16. L'inganno di Haghen.
17. Uccisione di Sigfrido.
18. Lo strazio di Crimilde.
19. Ira e vendetta di Crimilde.
20. Il viaggio di Crimilde verso l'Oriente.
21. La trama della vendetta.
22. Verso il regno di Attila.
23. L'arrivo dei Burgundi nel regno di Attila.
24. Il massacro dei due popoli.
25. Morte di Crimilde.
Postilla.
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Seconda storia: I tre volti di Isotta.
1. Isotta la Madre.
2. Il gigante Morolt.
3. Il duello nell'isola deserta.
4. L'arpa incantatrice.
5. Tristano diventa maestro di Isotta la Bionda.
6. Ritorno di Tristano in Cornovaglia.
7. La congiura del nano Melot.
8. Tantris torna in Irlanda.
9. Isotta la Bionda alla corte di re Marke.
10. I due amanti nella valletta amena.
11. I fiori di re Marke.
12. Gli amanti lasciano la valletta amena.
13. Il ritorno degli esiliati.
14. Breve giorno felice.
15. L'apparizione a corte di Tristano e Isotta.
16. Nuovo complotto dei cortigiani.
17. L'avvelenamento di Tristano.
18. L'addio degli amanti.
19. Il cagnolino Petitcrieu.
20. L'inganno della terza Isotta.
Postilla.
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Fine Indice.
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IL SOGNO DI CRIMILDE.
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Capitolo 1.
Nel giardino del castello burgundo.

- Dov' la mia palla? - esclamava la principessa Crimilde
mentre giocava con le altre fanciulle sue coetanee.
- Dov' sparita?
E subito le ancelle si sparsero nel giardino tra le siepi
fiorite e i cespugli di giovani conifere. Richiami lieti,
nomi gridati nella ricerca gioiosa e frettolosa risuonarono
nel parco del castello mentre gonne variopinte
sparivano e riapparivano qua e l rapidamente.
- E qui, signora, - disse una voce profonda mai udita,
-  qui tra le mie mani. Vi prego, prendetela.
Lo sconosciuto porgeva alla principessa la sua palla
dorata. Crimilde dovette sollevare il capo e gli occhi
per vedere l'uomo che aveva parlato, tanto era alto,
gigantesco, un guerriero massiccio forte da far paura.
La bocca sorrideva mentre porgeva la palla con mani
grandi nelle quali quasi scompariva. Ma gli occhi erano
d'acciaio. La fanciulla ne fu atterrita e le parole con
le quali voleva ringraziare le morirono in gola.
- Prendete, non abbiate paura, - aggiunse l'uomo.
- Sono uno dei vassalli dei vostri fratelli, i tre re burgundi.
Da me non avete nulla da temere, gentile fanciulla.
Crimilde prese la palla con mani tremanti mentre il
guerriero, congedatosi con un breve inchino, si allontanava.
Tutto attorno si tacque. Si spensero le voci
delle fanciulle, si spense il cinguettio degli uccelli che
le aveva accompagnate. In silenzio intorno alla principessa
pallida e immobile si raccolsero le compagne di
gioco come per farle coraggio.
Cos la trov Ghiselher, il pi giovane dei fratelli
di Crimilde, spesso suo compagno di giochi. La trov
senza sorriso e vide lo spavento riflesso negli occhi delle
altre fanciulle.
- Che cos' successo? - chiese allarmato, - che cosa
ha interrotto il vostro gioco e lasciato quest'ombra
negli occhi?
- Oh, fratello mio, chi era quel guerriero che si  allontanato
or ora, alto e scuro, con sguardo d'acciaio?
- Un guerriero quasi gigantesco? Era Haghen di
Tronje, il pi possente per forza e prestigio dei nostri
vassalli. Che cos'ha detto per spaventarvi tutte cos?
- Solo con me ha parlato, - rispose Crimilde, - e
nulla ha detto che non fosse cortese. Mi ha restituito
la palla con cui giocavamo, che si era persa tra i cespugli.
Deve averla trovata mentre le mie compagne la cercavano
per il giardino. Improvvisamente me lo sono trovato
davanti. Mi porgeva la palla con gesto gentile, ma
io sola ho visto i suoi occhi di ghiaccio e ne sono rimasta
atterrita al punto che non ho potuto neppure ringraziarlo.
Le parole mi morivano in gola. Le compagne
hanno visto il mio spavento e ne sono partecipi.
- Non c' motivo di temere la forza di quel guerriero,
 il pi fido dei nostri vassalli, vero baluardo di
fronte ai nemici. In lui  riposta gran parte della sicurezza
del regno burgundo, nella sua esperienza, nel coraggio
in battaglia e nella prudenza delle decisioni riguardanti
il nostro potere. Da lui non avrai mai nulla
da temere. Dovrai ringraziarlo per il suo gesto gentile.
Crimilde rabbrivid al pensiero di dover avvicinare
il terribile guerriero e guard il fratello con occhi dubbiosi:
- Davvero, carissimo fratello, dovr rivolgergli la
parola e scusarmi? Non posso evitarlo?
- Lo impone cortesia. Lui  stato cortese nel restituirti
la palla e tu ti sei comportata come una bambina
spaventata. Non devi provare nessun timore di fronte
a lui. Dovrai solo ringraziarlo in nostra presenza.
Crimilde chin il capo in segno di obbedienza e il
fratello la prese per mano e si avvi con lei verso il castello
che si ergeva possente nel mezzo della terra burgunda.
Il padre Dankrat aveva lasciato il regno indiviso
ai tre figli maschi, Gunther, Ghernot e Ghiselher,
affinch lo guidassero di comune accordo, in pace e in
guerra. Crimilde era la sua unica figlia, ancor piccola
quando egli era morto, s che la fanciulla non ne conservava
alcuna memoria.
I suoi fratelli, i tre re burgundi, la proteggevano come
le possenti mura del castello che nessuno avrebbe
mai potuto violare. Si occupavano anche della sua
istruzione scegliendo maestri di grande esperienza nella
musica, danza, linguaggio e cortesia. Le avevano
persino insegnato a scrivere, cosa rara a quei tempi.
Con lei venivano istruite le sue compagne di giochi,
tutte figlie di principi e baroni, perch fossero degne
della corte burgunda e pronte ad accettare uno sposo
quando ne avessero avuto l'et.
Crimilde, rientrata nella sala del castello e sempre
tenuta per mano dal fratello prediletto, porse il suo
ringraziamento al truce guerriero con voce tremante,
distogliendo subito lo sguardo dal suo volto. Appena
compiuto il proprio dovere chiese licenza e scapp via
rifugiandosi tra le braccia della madre, la regina Ute,
che l'amava come tutte le madri amano la loro ultima
creatura.
Il regno burgundo, sul medio corso del Reno, era
molto potente e temuto dai popoli vicini, soprattutto
i Sassoni, stanziati sul basso corso del grande fiume in
prossimit della foce, gente guerriera per natura e tradizione.
Frequenti erano gli scontri con i temibili confinanti,
che in caso di pericolo potevano contare sull'alleanza
con i Danesi, affini ai terribili Vichinghi, anch'essi
prodi e fieri in battaglia, che abitavano la lunga
penisola protesa verso la Scandinavia. Con le loro veloci
navi per le quali erano famosi, potevano raggiungere
rapidamente le foci del Reno e risalire il fiume fino
a congiungersi con i Sassoni. L'alleanza tra i due
popoli era consolidata dal fatto che i loro re erano fratelli,
Ludegher e Ludegast, poderosi guerrieri. Questo
almeno tramandano le storie pi antiche.
Contro di loro i re burgundi si circondavano di potenti
vassalli tra i quali eccelleva Haghen.
 
Capitolo 2.
Il sogno di Crimilde.

Al tempo della fanciullezza di Crimilde regnava tra
questi popoli una lunga pace, pur interrotta da occasionali
scontri, che tuttavia non minacciavano la quiete
delle genti. Donne e cavalieri potevano vivere spensierati
la loro vita, invecchiare sereni e morire in pace.
Cos viveva la principessa, che con il progredire
dell'et acquistava sempre pi in bellezza e cortesia,
si da superare tutte le sue coetanee.
La fama di queste sue doti si diffondeva fino a raggiungere
regni lontani, e molti principi stranieri figli di
re la desideravano come sposa e futura regina. Ma di ci
nulla sapeva la bella fanciulla, e visse tanti giorni felici
nella tranquilla sicurezza e nello splendore della corte
burgunda.
Accadde per che un mattino si destasse turbata da
un sogno che aveva riempito il suo cuore di spavento.
Sul farsi dell'alba, quando il sonno  pi lieve e i sogni
meglio si ricordano al risveglio, aveva vissuto un
evento drammatico: aveva sognato che allevava un falcone,
bello audace e fiero, che la riconosceva come sua
signora e sempre accorreva al suo richiamo. Lo nutriva
con la sua stessa mano e in segno di particolare affetto
gli aveva annodato un nastro d'oro ad una zampa.
Ma un giorno che lo aveva lasciato libero di librarsi
in volo, due aquile erano scese dall'alto e lo avevano
lacerato con i loro rostri rapaci. Il falcone oggetto
dello scempio aveva potuto ancora tornare alle sue mani
per morire, povero corpo coperto di sangue. Anche
il nastro d'oro gli avevano rapito le due aquile malvage.
Il sorriso scomparve dalle labbra della fanciulla sostituito
da un'angoscia inspiegabile che le serr il cuore,
mentre dagli occhi sgorgavano lacrime copiose. Cos
la trovarono le ancelle che accorrevano al suo risveglio
ogni mattina. In preda all'ansia perch Crimilde
non rispondeva alle loro domande, chiamarono la madre
Ute. Che venne sollecita:
- Che ti succede, figlia mia? Perch piangi come se
fosse accaduta una sventura?
Si sciolse il groppo che serrava la gola alla povera
fanciulla calmatasi al suono della dolce voce materna.
Dopo molti sospiri e singhiozzi riusc ad articolare parole:
- Un sogno terribile, carissima madre! Ho fatto un
sogno che mi ha riempito il cuore di orrore.
E raccont alla madre l'incubo avuto all'alba, la vicenda
che al risveglio l'aveva turbata fino alle lacrime.
Ute comprese il senso della tragica fine del falcone, ma
volle nasconderlo alla sua unica e amatissima figlia. Infatti
cos le parl:
- Cara bambina, devi sapere che le figure apparse
nei sogni sono soltanto immagini dei nostri desideri e
timori, prive di alcuna realt. Tu non hai ancora conosciuto
l'amore, la dolcezza e la pena che pu procurare,
e se pure non te ne rendi conto, la tua mente gi
prefigura sentimenti ancora ignoti al tuo cuore. Il falcone
che allevavi pu essere immagine di un cavaliere,
che conquister il tuo amore e ti porter tanta dolcezza
quanta non puoi neppure immaginare. Sempre
il falcone  simbolo d'amore, della felicit che dall'amore
deriva e che si realizzer quando incontrerai nella
tua vita un giovane guerriero bello audace e fiero
come il falcone del sogno.
- Ma le due aquile, cara madre, che cosa significano?
Perch fanno scempio del mio falcone?
- Figlia mia, quando si possiede un bene molto amato
e desiderato si teme sempre di perderlo, e con esso
la gioia che ce ne viene. Il timore di perderlo spesso si
fa immagine di avversari o rivali inesistenti. L'animo
allora crea fantasmi per dar forma a tale paura, e soffre
perch spesso la gioia si paga con il dolore. Ma tu
non devi temere, mia dolce Crimilde, non hai fatto del
male a nessuno, sei innocente come sempre si  alla tua
et, chi potrebbe volerti nuocere? Inoltre io e i tuoi
fratelli ti proteggiamo. Vivi serena nell'attesa del tuo
falcone d'amore. Sar un cavaliere bello audace e fiero
come quello del sogno. Te lo dice la tua mamma.
- Madre mia, - rispose la fanciulla, - vi ringrazio delle
vostre parole. Ma non desidero conoscere amore se
amore porta con s tanta paura. Sempre bella e felice
voglio vivere e non conoscere mai pene d'amore per un
uomo. Senza amore preferisco restare per tutta la vita.
- Non puoi prevedere che cosa ti serba il futuro,
nessuno pu conoscere ci che  nascosto dal velo dell'ignoto.
Ma solo dall'amore di un uomo pu venire alla
vita il senso del suo valore. Senza amore la vita 
sterile e fredda come senza luce e calore del sole.
Fedele al suo proposito, Crimilde fugg il sentimento
di cui le aveva parlato la madre, difese il suo cuore
dall'amore e visse molti giorni felici nello splendore
della corte. Ma la fama della sua bellezza e cortesia si
spargeva per il mondo sulle ali del vento, e molti principi,
pur non avendola mai vista, desideravano conquistare
il suo cuore.
La madre aveva capito il messaggio contenuto nel
sogno della figlia, una profezia chiara e funesta, e ne
fu angosciata. Chiam il pi giovane dei suoi figli, dei
tre re burgundi, Ghiselher, che sapeva amico di Crimilde,
partecipe anche dei suoi giochi e pensieri. Gli
narr il sogno della sorella e non gli nascose il significato
ostile delle due aquile.
- L'amore della nostra cara bambina per un eroe
bello audace e fiero, di cui il falcone  simbolo e che
riempir di gioia la sua vita, si risolver in tragedia per
colpa di due uomini, del loro odio o invidia. Non riesco
a immaginare chi possano essere, n per qual motivo
possano nutrire tanto risentimento verso di lei da
voler distruggere la sua vita, ma la profezia  chiara e
al destino non si pu sfuggire. Uccideranno il falcone
e con esso l'esistenza stessa di Crimilde. Per amor suo e
mio ti prego, caro figlio, di vegliare su di lei e proteggerla
da chi voglia tradire la sua fiducia, di tenere lontano
dalla sua persona chiunque possa insidiare in qualsiasi
modo la sua felicit. Le ho tenuto nascosto il senso
del sogno profetico, le ho parlato solo della gioia
che l'attende nella persona del futuro sposo. Ma temo
una sua grande sventura.
Cos parl Ute al figlio prediletto, il quale promise
di vegliare sulla sorte di Crimilde:
- Cara madre, il vostro racconto mi turba profondamente.
Pur nella mia giovane et so quanto sia pericolosa
la vita di una principessa, quante e quali invidie
possa suscitare anche in persone che ora le sono
amiche. Vi giuro che far tutto il possibile per stornare
dalla mia amata sorella ogni tradimento o sventura.
Le sar sempre vicino con grande attenzione e se occorrer
la protegger con il mio corpo e la mia spada.
Vivete serena, madre mia, e sulla serenit della vostra
unica figlia veglier fino all'ultimo dei miei giorni.
- Ti ringrazio, figlio. So di averti affidato un compito
gravoso, ma sei l'unica persona a cui potevo confidare
l'angoscia che mi opprime il cuore. I tuoi fratelli
sono troppo assillati dai problemi del regno e altro
non occupa la loro mente. Almeno per ora.
Cos Ute si illudeva di proteggere l'avvenire della
cara figlia. Ma serena come le aveva augurato Ghiselher,
la sua vita non fu mai. L'ansia per il futuro di
Crimilde non l'abbandon per tutto il resto della sua
esistenza.

 Capitolo 3.
Amore di terra lontana.

La fama della bellezza di Crimilde giunse fino all'estremo
confine del mondo germanico, in una terra
chiamata Niederland, su cui regnava Siegmund con la
sua sposa la regina Siglinde. Essi avevano un unico figlio,
bello audace e fiero, Sigfrido, che superava tutti
gli altri giovani guerrieri in coraggio e cortesia. Molte
fanciulle speravano di essere amate da lui, ma il giovane
principe non era ancora stato colpito dal dardo
di amore, n conosceva le pene che lo accompagnano
quasi sempre. Viveva spensierato tra cacce e giostre,
come usano i principi, e nessun altro pensiero occupava
la sua mente.
Il padre lo faceva istruire dai maestri pi famosi in
tutte le arti che si addicevano a un futuro re, poich a
lui sarebbe spettato un giorno il regno del Niederland.
E in tutto eccelleva il giovane principe, ma in particolare
nell'esercizio delle armi, sperimentato a corte in
giostre e tornei. In ogni gara riusciva sempre vincitore,
bench torneasse con grande eleganza e non violasse
mai il codice cavalleresco.
I genitori ne erano molto fieri e speravano che si
scegliesse una sposa degna di lui, pari in garbo e nobilt,
e reggesse un giorno con grazia e cortesia la corona
di regina del Niederland come per tanti anni l'aveva
retta Siglinde.
Quando giunse all'orecchio di Sigfrido l'eco della
fama di Crimilde, della sua grande bellezza, ne fu subito
conquistato, come spesso accade quando le notizie
volano sulle ali del vento, giungendo da terra lontana
circondate da un alone di mistero. In cuor suo decise
di conquistare la principessa e ne diede notizia ai
genitori. Ne furono rattristati Siegmund e Siglinde
perch conoscevano il grande potere dei re burgundi
e temevano per la vita del loro unico figlio. Parl cos
il padre:
- Amatissimo Sigfrido, unico germoglio e conforto
alla mia vecchiaia, perch fra tante principesse belle e
cortesi, pronte ad accoglierti come sposo e signore,
vuoi conquistare la fanciulla burgunda? Su di lei
vegliano i suoi fratelli, tre guerrieri a me ben noti,
Gunther Ghernot e Ghiselher, tre re temibili per il loro
coraggio e l'immenso stuolo di vassalli che obbediscono
ai loro ordini. Di uno solo basterebbe conoscere
la terribile fama, Haghen di Tronje, guerriero gigantesco
di forza prodigiosa, che da solo potrebbe
schierare contro di te pi di mille alleati. Tua madre
ed io ti chiediamo di voler conquistare un'altra principessa,
perch troppo pericoloso  farsi nemici i re
burgundi. Noi temiamo per la tua vita.
Siglinde aggiunse la sua preghiera rotta dalle lacrime.
Ma tutto fu vano. Sigfrido rimase irremovibile:
- Cara madre e caro padre, il mio cuore  ormai prigioniero
di questo amore di terra lontana. O sposer
Crimilde o non sposer nessun'altra donna per tutta
la vita.
Chin il capo a quelle parole il vecchio re sopraffatto
dal dolore. Poi riprese:
- Se non vuoi cambiare il tuo progetto scegli mille
e mille guerrieri tra i pi provati in battaglia, e armati
per affrontare nemici temibili.
- No, padre mio, non intendo conquistare la principessa
con la forza, voglio chiedere la sua mano in cortesia.
Partir per la terra burgunda con dodici compagni,
solo dodici che sceglier tra gli amici pi fidi e cari.
E voi, madre amatissima, asciugate le lacrime e fate
preparare tutto per la nostra partenza. Vi prometto
grande festa per il mio ritorno con la sposa che brama
il mio cuore. Ve lo giurano il mio coraggio e la forza
del mio braccio. Ordinate alle fanciulle di cucire splendide
vesti per me e i miei compagni di avventura si che
appaia subito chiaro che disponiamo di grandi ricchezze.
Non lesinate stoffe e pietre preziose, fate aprire le
arche e trarre fuori quanto di meglio racchiudono. Voglio
portare anche preziosi doni da offrire alla mia sposa
e ai suoi fratelli.
Pur tra le lacrime Siglinde promise di fare ci che il
figlio le chiedeva, e poich non riusciva a frenare il pianto,
Sigfrido trasse dalla manica una pezzuola ricamata
e le asciug le lacrime sul volto. Lei ringrazi con un
pallido sorriso il gesto gentile del figlio.
- Tra due settimane, - rispose con la voce pi serena
che pot, - le vesti saranno pronte e anche i doni
per i signori burgundi.
In capo a due settimane tutto era pronto per il viaggio
di Sigfrido e i suoi dodici compagni. Siegmund e
Siglinde li lasciarono partire con molta tristezza. Anche
molte fanciulle della corte piangevano celatamente
vedendo allontanarsi per un'impresa rischiosa quei
nobili giovani, figli di principi e baroni, sui quali avevano
posato sguardi amorosi. Part a cavallo il fulgido
drappello con armi lucenti e gualdrappe preziose, seguito
da sospiri timorosi di mostrarsi in pubblico.
Giunsero dopo due settimane al castello burgundo
e chiesero di poter varcare le mura. Il loro aspetto li
rivelava per nobili e ricchi signori e il numero esiguo
non li rendeva pericolosi. Sigfrido chiese a gran voce
di poter parlare con i signori burgundi.
I tre re guardavano dall'alto di una finestra del castello
gli sconosciuti giunti con tale sfarzo quanto raramente
si vedeva. Nessuno di loro li riconobbe. Allora
Ghernot disse al fratello Gunther:
- Ho un consiglio da darvi e spero che lo accettiate.
Fate chiamare il vassallo Haghen, egli conosce molte
genti a noi ignote. Forse pu darci qualche informazione
sugli ospiti inattesi.
Il re Gunther accett il consiglio e fece chiamare il
prode Haghen, il quale guard attentamente il drappello dei cavalieri e soprattutto il loro capo. Poi cos parl:
- Bench non l'abbia visto con i miei occhi, credo
che colui che guida la piccola schiera sia Sigfrido, del
quale mi  giunta notizia della rara bellezza, e ancor
pi della forza e dell'audacia dimostrate in battaglia.
Se il mio pensiero  giusto, egli  un principe molto temibile
e non vorrei averlo di fronte come nemico.
Lo interruppe Gunther chiedendogli se altro sapeva
dello sconosciuto di nome Sigfrido. Haghen rispose:
- Conosco altre imprese giovanili di quel guerriero.
In una delle sue scorrerie solitarie incontr due fratelli
che, avendo fatto portare fuori da una grotta in cui
era custodito un immenso tesoro appartenuto al loro
padre, il re Nibelung, dovevano spartirselo essendo gli
eredi del defunto. Come spesso accade non riuscivano
a mettersi d'accordo e si rivolsero a Sigfrido chiedendogli
di fare la spartizione. Come compenso gli
promisero la spada Balmung, arma terribile che uccideva
chiunque toccava. L'eroe fece la spartizione, ma
i due fratelli non furono soddisfatti e lo insultarono.
Indignato, Sigfrido impugn Balmung e li uccise entrambi.
Cos divenne padrone di quello che fu chiamato
il tesoro dei Nibelunghi, dal nome di colui al quale
prima era appartenuto. In quella impresa si impadron
anche di un mantello fatato che rendeva
invisibile chi lo indossava.
Presi da grande stupore tacevano i re burgundi.
Haghen riprese:
- Un'altra impresa mi  nota del giovane Sigfrido:
vagando per una foresta incontr un drago appena
uscito dalla grotta in cui si nascondeva. Lo uccise con
la spada Balmung e si bagn nel suo sangue. Ne ottenne
dura la pelle, tanto dura che nessuna spada la scalfisce.
Per questo pu entrare in una mischia senza alcun
timore: il suo corpo  invulnerabile. Non esiste arma
che possa ferirlo o ucciderlo. Questo ha fatto l'eroe
e, se posso dare un consiglio,  meglio averlo alleato
che non avversario.
Dopo un certo silenzio e una breve consultazione
tra di loro i re decisero di accettare il consiglio di Haghen.
Cos parl per tutti Gunther:
- Vi ringraziamo, amico Haghen, delle informazioni
che ci avete dato. Se il guerriero che sta laggi e
chiede di essere ammesso al nostro cospetto  Sigfrido,
accettiamo di riceverlo in cortesia e ascoltare ci
che vorr dirci.
Andarono i tre re ad incontrare gli stranieri e chiesero
il nome di colui che appariva il loro capo. Quando
lo ebbe detto, lo accolsero cortesemente e in segno
di pace offrirono il vino del signore. Sigfrido, che gi
teneva pronte parole di sfida come voleva l'uso del
tempo, fren la lingua e accolse il benvenuto che gli
veniva porto.
Furono ammessi a corte gli ospiti stranieri e in loro
onore vennero organizzati giostre e tornei, conviti e
danze. Non vi partecipavano le fanciulle, ma guardavano
non viste da un'alta finestra, e con loro stava Crimilde.
Mentre tutte ammiravano lo splendore delle armi
e delle vesti, Crimilde non aveva occhi se non per
Sigfrido, del quale l'aveva colpita la bellezza, l'eleganza
e l'audacia nel giostrare e duellare. In tutti i tornei
riusciva vincitore il bel principe biondo, di cui non conosceva
neppure il nome ma per il quale il suo cuore
gi ardeva d'amore.
Se Sigfrido avesse saputo che la donna del suo cuore
lo ammirava dalla finestra con sguardo d'amore, sarebbe
stato felice. Ma un intero anno visse alla corte
burgunda senza mai vedere l'oggetto del suo intenso
desiderio, l'amore di terra lontana.

 Capitolo 4.
La guerra contro Sassoni e Danesi.

Giunsero messaggeri nel regno burgundo da parte
dei Sassoni e dei Danesi. I Sassoni, popolo fiero e dedito
a scorrerie di guerra, avevano sede a settentrione
dei Burgundi, sul basso corso del Reno fino alla foce.
Spesso facevano incursioni contro i popoli vicini risalendo
la corrente del grande fiume con le loro navi veloci
dalla prora ricurva. Li comandava il re Ludegher,
un gigantesco guerriero riconoscibile dallo scudo tutto
di rosso oro.
Suo fratello Ludegast era re dei Danesi, i quali abitavano
la lunga penisola che pi tardi da loro prese nome
e che si protende verso la Scandinavia. Anch'essi
guerrieri temibili della stirpe dei Vichinghi, che con
lunghe navi sottili e veloci affrontavano senza alcuna
paura le grandi tempeste dei freddi mari del Nord.
Non vennero in amicizia i messi dei due popoli, ma
entrarono armati nella cinta delle mura rifiutando di
deporre le armi come vuole cortesia. Venivano a portare
la sfida dei loro re ai signori burgundi e a segnalare
che di l a dodici settimane le loro navi avrebbero
assalito il regno. Questo fu riferito ai re e ai loro
vassalli riuniti a corte. Poi ripartirono lasciando dietro
a s sdegno e sgomento.
Si riun il consiglio del regno burgundo e Haghen
prese la parola:
- Di fronte alla violenza di questi popoli che non
abbiamo offeso in alcun modo propongo di chiedere il
parere di Sigfrido e forse il suo aiuto. Approfittiamo
della sua presenza alla nostra corte. La fama della sua
audacia e forza ci potr giovare contro questi nostri
nemici.
Gunther apprezz il consiglio di Haghen e fece
chiamare a corte Sigfrido. Venne l'eroe e subito not
un'ombra sul volto dell'amico:
- Qualcosa vi preoccupa, nobile re? Vedo un turbamento
sul vostro viso. Ditemene la causa e chiedetemi
se posso fare qualche cosa per riportarvi la serenit
consueta.
Il re non gli nascose la causa della sua preoccupazione:
- Sono giunti messaggeri da parte dei re Sassoni e
Danesi. Non sono venuti in amicizia ma con intenzioni
ostili: annunciano che tra dodici settimane verranno
ad assalirci nella nostra terra. Non hanno alcun motivo
di odio verso di noi, nulla abbiamo fatto contro
di loro. Prode Sigfrido, su consiglio del vassallo Haghen
vi chiedo di mettere la vostra spada in difesa dei
Burgundi contro gli aggressori. Volete essere nostro
alleato in questa guerra? Vi avverto che sar un'impresa
molto dura e pericolosa.
- Nobile re Gunther, non solo vi sar alleato in questa
distretta che vi opprime senza nessuna colpa da
parte vostra, ma vi propongo di non attendere che gli
aggressori vengano a portar guerra nelle vostre terre,
di prevenire piuttosto le loro mosse. Partiamo immediatamente
per il regno dei Sassoni prima che possano
armarsi e andiamo noi con le vostre navi discendendo
il corso del Reno col favore della corrente che
va verso il mare. Li troveremo impreparati e non ancora
disposti a difendersi, li sorprenderemo prima che
sia scaduto il tempo che vi hanno concesso per allestire
la vostra difesa e avranno dura battaglia dalle nostre
forze unite. Ho con me soltanto dodici dei miei
guerrieri, ma aggiunti ai vostri, alcuni dei quali mi sono
noti per la loro forza e il coraggio, non dovete temere
alcuna sconfitta. Essi vi hanno offeso annunciandovi
guerra senza che voi li abbiate provocati in alcun
modo, quindi anche la ragione sta dalla nostra parte,
e sapete quanto ci sia importante. Assalendoli nella
loro terra prima che sia scaduto il termine che vi hanno
concesso per preparare la difesa non violiamo nessun
codice di guerra. Abbiate fiducia in me e vivete
sereno.
Gunther ringrazi l'eroe Sigfrido e scomparve il
cruccio dal volto suo e dei fratelli. Subito in gran segreto
fu allestita la spedizione, equipaggiate ed armate
le navi, affilate le spade dei guerrieri. In silenzio salparono
nella notte i Burgundi verso la foce del grande
fiume dov'era la terra dei Sassoni. In pochi giorni, con
il vento e la corrente favorevoli, giunsero in vista delle
torri nemiche. Allora Sigfrido fece ammainare le vele
e proseguire la rotta di notte con la spinta dei remi.
Ad un tratto brill nel buio una luce dalla cima della
torre pi alta.
- E lo scudo d'oro del re Ludegher, - sussurr Sigfrido
ai compagni. - Lui stesso monta la guardia di notte
quando il buio ne nasconde lo splendore. Ma un raggio
di luna l'ha tradito. Questa notte, - aggiunse l'eroe
sorridendo, - anche la luna  nostra alleata.
Pensava ai biondi capelli della fanciulla amata che
ancora non aveva mai vista, ma gi erano oggetto di
molte canzoni d'amore. Quella notte, proprio nello
stesso momento, Crimilde era affacciata alla finestra
del castello volta a settentrione col cuore oppresso
d'angoscia per la vita dell'uomo a lungo ammirato durante
i tornei. Il cavaliere pi bello e audace che avesse
mai visto.
Non avevano potuto tenerle nascosta la realt, il
motivo per cui improvvisamente la corte era rimasta
deserta di giovani guerrieri, ed ella non poteva pi saziare
il desiderio d'amore con la vista dell'eroe pi bello e forte del mondo. Sapeva che era partito con i suoi
fratelli per la guerra contro i Sassoni e il vuoto lasciato
nel suo animo dall'assenza dell'uomo amato era
riempito dalla paura che l'audacia lo tradisse e lo esponesse
al pericolo di venire ucciso.
Quando chiedeva alla madre notizie dei fratelli, la
fanciulla in realt pensava all'oggetto dei suoi desideri,
che neppure osava nominare. La madre, con la saggezza
dell'esperienza e l'affetto per la figlia, aveva intuito
di dove nasceva l'interesse di Crimilde per le sorti della
guerra. Ma nulla diceva e nulla lasciava trapelare di
ci che il suo cuore materno aveva capito. Ripensava
al lontano sogno della fanciulla, quello del falcone e
delle due aquile che ne facevano scempio. E aveva intuito
chi era il falcone. Non riusciva tuttavia a individuare
chi potessero essere le due aquile feroci. Sapeva
che nessuno poteva penetrare il velo oscuro del destino,
e quanto sia vano opporvisi.
Mentre questi pensieri occupavano la mente delle
donne rimaste nel regno burgundo, verso la foce del Reno
infuriava la battaglia contro Sassoni e Danesi, duro
scontro con molti morti e feriti il cui sangue arrossava
le acque del grande fiume. Le sorti della guerra volgevano
a favore dei Burgundi con stupore e dolore dei re
Liidegher e Liidegast. Eppure il numero dei guerrieri
burgundi era molto inferiore al numero degli avversari.
- Com' possibile che pochi combattenti facciano
tanta strage tra i nostri due popoli uniti? - si chiedevano
i due re.
Infatti Ldegher dopo i primi scontri e le prime
sconfitte aveva chiamato in aiuto il fratello Liidegast
con i suoi Danesi. Ed egli era giunto subito con le sue
veloci navi vichinghe. Ma un giorno si trov di fronte
un guerriero che gi aveva notato per la forza eccezionale
e l'audacia incomparabile. Stava per incrociare
la spada con lui quando riconobbe il cigno bianco
scolpito a sbalzo sul suo scudo. Allora seppe che stava
per battersi con Sigfrido, del quale conosceva per fama
l'invincibilit. E cap che sarebbe stato ucciso dall'infallibile
spada Balmung.
Depose le armi il fiero Liidegher e cos parl:
- Sire, riconosco in voi il prode figlio di Siegmund,
il guerriero la cui fama corre per il mondo sulle ali del
vento. Cedo al vostro braccio le mie armi, le depongo
ai vostri piedi e mi dichiaro sconfitto. Inutilmente perderebbero
la vita molti figli di madre in una vana carneficina.
La medesima resa avrete da mio fratello Ludegast e 
dai suoi Danesi. Ne sia pegno  la mia parola di re.
Cos dicendo si inchin davanti al suo avversario
porgendogli spada e scudo. L'eroe del Niederland fece
rialzare il re sconfitto accogliendo la richiesta di
pace e con volto benevolo disse:
- Sire Liidegher, riconosco in voi un nobile re perch
non volete che muoiano inutilmente molti dei vostri
uomini. Accetto la resa dettata dal rispetto per le
vite umane. Le armi vi saranno restituite quando anche
vostro fratello avr accettato la resa con i suoi vassalli
danesi.
Cos ebbe fine la guerra tra Burgundi da una parte,
Sassoni e Danesi dall'altra. Subito fu inviato un messaggero
nel regno burgundo ad annunciare pace e vittoria.
I prigionieri vennero trattenuti in cortesia, i
morti seppelliti e i feriti curati com'era possibile in una
circostanza di guerra.

 Capitolo 5.
Il messaggio di vittoria.

Mentre alla corte burgunda si attendevano ansiosamente
notizie della guerra contro i Sassoni, un messaggero
correva a briglia sciolta lungo il corso del Reno
verso meridione fin che, giunto in vista delle torri
del castello, dispieg al vento il vessillo della sua terra
alzandolo in segno di vittoria. Lo scorsero le sentinelle
e subito diffusero a corte la buona notizia del ritorno
dei vincitori.
Si sciolse il nodo d'angoscia nell'animo delle donne
e di quanti erano rimasti in difesa del regno burgundo.
Si sciolse nell'animo di Ute, si sciolse nell'animo
di Crimilde. Il messaggero fu subito accolto dalla ristretta
cerchia dei parenti e ascoltato con orecchie attente.
Annunci che i re burgundi erano sani e salvi,
la vittoria ottenuta senza gravi perdite perch l'assalto
di sorpresa aveva colto i nemici ancora impreparati
alla battaglia. Rifer come gli era stato ordinato che
di l a tre giorni le navi burgunde avrebbero risalito il
Reno con i prigionieri pi nobili e con molte armi preziose
tolte loro, come lo scudo d'oro del re Ludegher
e altre appartenute ai guerrieri sconfitti.
Tutte queste notizie bevve avidamente il cuore di
Crimilde, ma non le bastarono. Dopo che il messaggero
fu rifocillato e ristorato, lo invit segretamente nelle
sue stanze e parl con lui senza alcun testimone.
- Ditemi, vi prego, quali furono i guerrieri che meglio
si distinsero in questa battaglia, quali persero la
vita o furono feriti, chi invece ne usc sano e salvo dopo
aver dato le pi belle prove di coraggio. Ditemi tutto
in verit ed io vi compenser con il mio oro rosso.
Rispose il messaggero:
- Nobile signora, vi dir tutto quello che ho visto
con i miei occhi senza nulla tralasciare. I vostri fratelli
hanno dato prova di coraggio facendo grandi vuoti
nelle schiere nemiche. Accanto a loro con molta forza
ho visto menare la spada il sire Haghen di Tronje, e
molti altri vassalli, tra i quali si distinse in modo particolare
il musico Volker che maneggia la spada con la
stessa abilit con cui muove l'archetto sulla sua viola,
allietando chi lo ascolta. Ma il guerriero che pi ha
contribuito alla vittoria dei Burgundi e alla salvezza
del regno, che ha destato maggior terrore tra i nemici
e la cui sola vista ha spinto il re dei Sassoni Ludegher
ad arrendersi con tutto il suo popolo e gli alleati Danesi
di suo fratello Ludegast, fu il giovane straniero
che chiamano Sigfrido. Un guerriero come lui non si
 mai visto.
All'udire il nome dell'uomo amato arross di gioia
il volto prima stretto nelle spire d'ansia della bella
Crimilde:
- E dimmi ancora una cosa, messaggero e non mentire.
Il nobile straniero di nome Sigfrido  uscito indenne
dalla battaglia o ha riportato ferite? Voglio sapere
il vero e non temere che avrai la tua ricompensa
con il mio oro rosso.
- Indenne usc dal cozzo delle armi, bench paresse
cercare lo scontro senza sottrarsi al pericolo. Indenne
senza neppure la minima scalfittura. Una cosa simile
non si era mai vista.
Alle parole del messaggero riflu il sangue nel cuore
di Crimilde, prima tremante di paura, e si distese
in placido lago di gioia. Gli occhi le brillarono, le guance
si imporporarono e la bella bocca tremava di felicit
mentre ringraziava il messo. Poi lo compens con
ricchi doni di oro e vesti preziose, cui aggiunse superbi
finimenti per il destriero che lo aveva accompagnato
nella faticosa corsa per portare dolcissime notizie
alla principessa innamorata.
Alla madre Ute non sfugg quanto di colpo erano
mutati l'aspetto e il comportamento della figlia, e sempre
pi si convinse che Crimilde aveva trovato il suo
falcone d'amore. Fu felice e spaventata nello stesso
tempo ricordando il sogno della fanciulla e lo scempio
che due aquile feroci e sconosciute ne facevano. La figlia
l'aveva dimenticato nella festa della sua felicit,
ma la madre non poteva scordare quella profezia, che
le stava infitta nel cuore come una spada. Tenne chiusa
nel suo animo l'angoscia per la futura tragedia e
nulla disse o fece per non turbare la letizia che riempiva
la vita della giovane principessa.
Se Sigfrido sul campo di battaglia avesse avuto sentore
di quanta paura aveva invaso il cuore della sua
amata il saperlo in pericolo, e di quanta gioia lo avesse
poi colmato la notizia della sua salvezza e del successo
nelle armi, ne sarebbe stato immensamente felice.
Ma il bel guerriero nulla sapeva di come lo amasse
la fanciulla, che dopo un intero anno di permanenza
alla corte burgunda e una feroce guerra da lui vinta per
l'onore e la salvezza del regno, non aveva ancora veduta
con i suoi occhi.

 Capitolo 6.
L'incontro dei due innamorati.

Tornarono finalmente a corte i re burgundi, dopo
l'assenza per la guerra, con i vessilli vittoriosi spiegati
al vento, seguiti dagli ostaggi pi nobili, ai quali per
cortesia e rispetto del rango non erano state imposte
le catene. Sbarcarono superbi e lieti sotto le mura del
castello e resero omaggio al grande fiume che li aveva
riportati in patria senza tempeste, felicemente e senza
danno.
Furono accolti con grandi feste da quelli che erano
rimasti a casa e si prepar una solenne cerimonia di
ringraziamento nella cattedrale come voleva l'uso del
tempo. Allora il nobile Haghen parl al re Gunther:
- Permettetemi di darvi un consiglio, mio signore.
Non vi  certo sfuggito quanto il forte straniero abbia
contribuito alla vittoria delle nostre armi. Mi pare che
sarebbe bene averlo alleato in ogni evenienza, unito a
voi da un vincolo indissolubile. Perch non fate che
vostra sorella Crimilde lo ringrazi personalmente e gli
conceda di accompagnarla mano nella mano all'ingresso
della cattedrale?
Rispose il re:
- Vi ringrazio del consiglio e lo accetto volentieri.
Avete ragione: che cosa ci sarebbe pi utile che poter
contare sull'eroe Sigfrido e sulla sua spada come su un
congiunto, legato a noi da un vincolo di parentela?
Dar immediatamente disposizioni perch Crimilde
porga con la sua bella bocca il nostro ringraziamento
a Sigfrido e gli tenda la mano per entrare insieme nella
chiesa.
Cos fu annunciato all'eroe che avrebbe finalmente
visto con i suoi occhi la fanciulla di cui era innamorato
e per la quale aveva affrontato fatiche e pericoli. Ne
gio il suo cuore come non potrei descrivere e ringrazi
il re con le parole che gli dettava l'animo. Alla fanciulla
fu detto di ornarsi come meglio poteva perch
le era stato riservato il compito di ringraziare il nobile
Sigfrido che tanto aveva contribuito alla vittoria
dei Burgundi. Nessuno lo venne a sapere, ma anche a
lei si riemp il cuore di felicit senza confini.
Nella sala facevano ressa tutti i giovani cavalieri che
volevano vedere le belle fanciulle di cui parlavano tante
canzoni d'amore, e soprattutto la principessa Crimilde,
la cui fama superava quella di tutte le altre.
E apparve la leggiadra come rompe l'aurora fuor da
oscure nubi e tutto il cielo ride di gioia. Cos ridevano
gli animi dei giovani alla vista della sua bellezza.
Un cerchio d'oro tratteneva l'oro dei capelli, in esso
erano incastonati azzurri zaffiri in gara con l'azzurro
degli occhi della fanciulla. Ma gli occhi vincevano in
splendore le gemme perch ridevano di gioia.
Come fu davanti a Sigfrido, e sorridendo lo prese
per mano, si sciolse nella gola dell'eroe il groppo di ansia
che quasi lo soffocava. Quando lei parl egli ud la
musica della sua voce:
- Vi ringrazio, nobile Sigfrido, per il grande aiuto
che avete dato ai miei fratelli con la vostra spada e
l'audacia dell'animo. Volete essere mio cavaliere nell'ingresso
in cattedrale per il ringraziamento della vittoria
che Dio ha concesso per vostra mano alle schiere
burgunde?
Per la grande esplosione di gioia morirono le parole
in gola al guerriero. Per lui parlarono gli occhi ridendo
felici al grazioso invito. La mano che aveva tenuto
la spada strinse la bianca mano della fanciulla comunicandole
la tenerezza del cuore. Cos si avviarono
al tempio la bella e l'eroe, mano nella mano tra il plauso
dei presenti. Che cosa dissero le loro mani nel silenzio
delle parole non sappiamo e non sapremo mai.
Certo non furono mute e tutti poterono leggere la felicit
dei due innamorati nei loro sguardi ridenti e fuggitivi.
Accanto a Crimilde camminava leggiadro il bel figlio
di Siglinde quasi fosse figura dipinta dalla mano
di buon miniatore, e di lui si diceva che non s'era mai
visto guerriero pi bello e gentile. Molti lo invidiarono
nel profondo dell'animo, ma nessuno os manifestare
il suo sentimento: troppo grande era il prestigio
dell'eroe.
Ute vide il compimento del sogno d'amore di Crimilde,
e ne fu felice. Ma il suo cuore non poteva dimenticare
quello che la fanciulla innamorata aveva
dimenticato nel trionfo della gioia. Nulla disse ma era
turbata dall'ombra di un amaro destino.
Per decisione dei tre re i prigionieri, dopo essere
stati trattati e onorati come ospiti, furono rimandati
in patria senza pagamento di riscatto. Questo fecero i
re burgundi nella loro grande cortesia, e perch la fine
dell'inutile guerra recasse conforto a tutti. I vassalli
e i guerrieri che pi avevano contribuito alla vittoria
dei Burgundi furono compensati con oro e vesti
preziose e la pace fu salutata con grande soddisfazione.

 Capitolo 7.
L'ombra di Brunilde.

Giunsero notizie mai udite dalla terra d'oltremare.
Parlavano di donne bellissime che vivevano al di l dell'acqua
in un'isola coperta di ghiacci. Su di loro regnava
una vergine di incomparabile bellezza e di forza mai
vista in esile braccio di fanciulla. Nessuno reggeva all'impatto
della sua lancia, con una sola mano sollevava
un masso enorme che a stento alzavano dodici guerrieri
e lo scagliava lontano, poi con un salto lo superava
prima che toccasse terra. Un esercizio che nessuno
aveva mai imparato.
Brunilde era il nome della regina guerriera dalla forza
prodigiosa. Ma la vergine aveva anche crudeli costumi:
chi si presentava a chiedere la sua mano, principe
o re che fosse, doveva gareggiare con lei in queste
prove di forza, e se falliva e non riusciva a superare
la regina, veniva decapitato. Gi molti principi e re,
attratti dalla fama della sua bellezza, avevano osato
misurarsi con lei e avevano perso la vita in modo crudele.
Si erano salvati solo quelli che dopo aver visto
con i loro occhi la forza e l'agilit di Brunilde, avevano
rinunciato all'impresa e volto la poppa della loro
nave per fuggire dall'isola dei ghiacci e dalla bella regina
dal gelido cuore.
L'isola su cui regnava Brunilde si chiamava Issenstein,
che significava rupe di ghiaccio. E di ghiaccio
era il cuore della donna, che si favoleggiava non
fosse mai stato intaccato dal calore dell'amore. Quell'isola
non conosceva n primavera n estate, fioritura
o maturazione di frutti. Le stagioni dell'anno e dei
sentimenti umani vi erano sconosciute.
Quando re Gunther ud novellare della rara bellezza
di quella regina e dei suoi feroci costumi, il suo cuore,
che mai aveva conosciuto l'amore, forse per sfidare
il destino o per la presunzione di misurarsi con la
forza della donna, decise di chiedere la mano della terribile
regina dei ghiacci o morire per amore. Comunic
il suo proposito al potente Haghen, il quale con
appropriate parole tent di dissuaderlo dall'impresa.
Non essendo riuscito nell'intento cos disse:
- Nobile re, se proprio non volete recedere dalla vostra
decisione e rinunciare al desiderio, vi consiglio di
parlarne con il prode Sigfrido, che vivendo ai margini
settentrionali della terra forse conosce o ha gi sentito
parlare di quell'isola dei ghiacci che sta al di l del
mare. Il regno del Niederland infatti si affaccia sulla
costa di fronte alla quale sta l'isola della regina Brunilde.
Forse vi pu dare notizie pi precise sulla fiera
donna cui aspira il vostro cuore.
Gunther accett il consiglio del signore di Tronje e
fece chiamare alla sua presenza Sigfrido, il quale udito
il proposito folle del re cos gli parl:
- Nobilissimo re, abbandonate l'insano pensiero di
conquistare Brunilde. Troppo duro  il cuore della regina,
troppo feroci i suoi costumi. Se anche riusciste
a salvare la vostra vita, cosa molto difficile, non vi verrebbe
nessuna gioia dall'amore di quella donna, nessuna
dolcezza. I miti sensi del cuore le sono sconosciuti.
Rispose il re Gunther:
- Amico Sigfrido, se anche voi conoscete l'amore,
come vi  accaduto per mia sorella Crimilde, sapete
quanta tristezza invade il cuore dell'uomo al solo pensiero
di rinunciarvi. Se non tento l'impresa di conquistare
Brunilde non sposer mai nessuna donna e il regno
rester senza discendenza. Nel mio animo non c'
posto per altro pensiero d'amore. In questa impresa
chiedo il vostro aiuto e vi prego di non negarmelo. Se
potr tornare nel mio regno con la sposa che ha scelto
il mio cuore, vi compenser con tutto ci che mi
chiederete.
- Signore, - rispose Sigfrido, - se proprio questo 
il vostro intento, vi dar tutto l'aiuto che posso. Chiedo
come sola ricompensa la mano di vostra sorella Crimilde.
Mi ama la dolce fanciulla come io amo lei e sono
certo che insieme vivremo entrambi felici.
Ogni nube spar dalla mente di Gunther alle parole
dell'eroe, lo ringrazi commosso e giur che, compiuta
l'impresa d'oltremare, gli avrebbe dato in sposa
sua sorella come aveva chiesto. Giur anche di celebrare
le nozze nella stessa cerimonia durante la quale
avrebbe celebrato le sue con la regina Brunilde. Era
sincero il re quando porse la mano all'eroe per confermare
il giuramento. Gli era amico. Ma un giorno l'avrebbe
tradito. Aggiunse Sigfrido:
- Ascoltatemi bene, nobile re. Quando saremo giunti
al cospetto di Brunilde, lasciate che parli io e mi presenti
come vostro vassallo. Dir che non intendo sfidare
la regina per me stesso, ma siete voi a chiedere la
sua mano e a voler gareggiare con lei nelle prove che
desiderer imporvi. Per il resto lasciatemi fare. Se a
un certo punto sparir alla vostra vista e a quella di
tutti, non temete: io non vi abbandoner. Ma durante
il viaggio, un lungo viaggio sulle navi che scenderanno
fino alle foci del Reno e attraverseranno il freddo
mare di settentrione per giungere all'isola dei ghiacci,
e durer una settimana e forse pi, ripensate al
vostro proposito, vi prego, valutate a mente fredda il
pericolo a cui andate incontro e riflettete se  il caso
di correre tale rischio per conquistare il freddo cuore di
Brunilde.
Rispose il re dei Burgundi:
- Rifletter come voi dite, amico Sigfrido, ma pi
penso a quest'avventura e pi arde d'amore per la bella
regina il mio cuore. Non credo di poter desistere
dall'impresa. Troppo mi attira la sfida che Brunilde
impone ai suoi pretendenti.
Le parole e la decisione di Gunther, riferite a corte
e ai suoi compagni d'avventura, rattristarono tutti. Il
regno burgundo fu invaso da timore per la sorte dei
guerrieri che avrebbero preso parte all'avventura nella
terra lontana e inospitale. Di ghiaccio si fece improvvisamente
il cuore di Crimilde prima lieto di gioia e d'amore.
Cos parl in segreto la bella al suo innamorato:
- Mio dolce amico, perch volete accompagnare il
mio potente fratello in questa impresa pericolosa? Se
tanto lo attira l'avventura, lasciate che la affronti da
solo con l'aiuto dei suoi vassalli, Haghen e gli altri, e
restate accanto a me per godere insieme il reciproco
affetto...
Rispose l'eroe:
- Mia dolce colomba, non posso lasciarlo andare solo in questa sfida. Vi perderebbe la vita. Io forse posso
salvarlo, conquistare per lui la fiera sposa, dalla quale,
ahim, non gli verr n gioia n amore. Gliel'ho
promesso impegnando la mia parola di principe, e ora
non posso tirarmi indietro. Gli ho anche per consigliato
di riflettere durante il viaggio che durer una
settimana e forse pi, sulla sua decisione di correre questa
avventura, e c' qualche speranza che rinunci. Piccola
speranza purtroppo, perch conosco ormai il suo
animo. Il pericolo lo attrae pi che l'amore.
Anche la madre Ute cerc di parlare al cuore del figlio
prospettandogli il dolore di coloro che lo amavano
se avesse perso la vita nella lontana isola dei ghiacci.
Ma furono parole vane.
Alla corte burgunda si affrettarono i preparativi per
la partenza di quelli che avrebbero preso parte all'avventura.
Oltre a Sigfrido sarebbero partiti Haghen e
Volker, il guerriero musico, che maneggiava l'archetto
con lo stesso successo della spada, e altri pochi, scelti
da Sigfrido tra i pi fidi e fieri. Non aveva voluto altri
compagni il re del Niederland, non un intero esercito
come aveva proposto Haghen, perch non partivano
per una guerra ma per conquistare una sposa al re.
Alla partenza furono salutati con molti sospiri e lacrime
da chi restava. Di tutti la pi angosciata era Crimilde,
che si stringeva alla madre e affondava il viso
bagnato di pianto nel seno di lei. Ute stessa tratteneva
a stento le lacrime per non dimostrare all'amatissima
figlia che anche lei tremava per la vita di Sigfrido.
Con le altre fanciulle della corte Crimilde aveva lavorato
alla confezione delle sontuose vesti che i principi
avrebbero indossato al cospetto di Brunilde, ricoprendo
di preziose sete d'Arabia pelli di ermellino e trapuntandole
di gemme d'immenso valore. Ma vedendo
gli eroi salire sulla veloce nave che li avrebbe portati
al di l del gelido mare boreale, tra i pericoli dei ghiacci
perenni e incontro alla perversa volont dell'indomita
vergine, la dolce Crimilde malediva in cuor suo
il lavoro compiuto con la gioia di contribuire ad un'impresa
memorabile. Non sapeva allora l'ingenua principessa
qual era lo scopo del viaggio che poteva costare
la vita al suo falcone d'amore.
- Perch non mi sono punta con l'ago mentre cucivo
le belle vesti? Perch non mi sono ferita con le forbici
quando tagliavo le preziose sete?
Questi pensieri rivolgeva nella sua mente l'angosciata
fanciulla, ben sapendo che una puntura d'ago o un
taglio in un dito non avrebbero mai potuto arrestare
il corso del destino. Nascondeva le lacrime sul petto
della madre che cercava di consolarla accarezzandole
i lunghi capelli d'oro.

 Capitolo 8.
Madonna Avventura.

Mentre la nave si allontanava sul Reno a vele spiegate,
il prode Sigfrido chiese a Gunther di riunire sul
ponte i principi che aveva scelto come compagni d'avventura.
Quando furono tutti presenti cos parl:
- Signori, ponete bene attenzione a ci che vi dico.
Quando saremo alla presenza della regina lasciate che
io le porga il saluto a nome vostro, perch io l'ho gi
conosciuta e lei conosce me. Mi presenter come vassallo
del re Gunther e chieder per lui il privilegio di
misurarsi con lei nelle prove che vorr imporre. Non
contraddicetemi mai e abbiate fiducia in me. Non permetter
che il vostro re soccomba. Se scomparir alla
vostra vista, non abbiate timore. Io sar sempre accanto
a lui e a voi tutti.
Sigfrido aveva portato con s il mantello fatato che
faceva parte del tesoro conquistato dalla sua mano,
l'immenso tesoro dei Nibelunghi. Il prezioso mantello
non solo rendeva invisibile chi lo indossava, e non
era piccolo prodigio, ma moltiplicava anche dodici
volte le forze di colui che celava, rendendolo pi potente
del pi forte guerriero. Ma di tutto questo non
aveva fatto parola con nessuno, lo teneva chiuso nel
suo animo per evitare che qualcuno lo tradisse.
Quando dopo dodici giorni di navigazione la nave
giunse in vista del regno dei ghiacci sotto le torri del
castello di Brunilde, la fiera vergine con crudele sorriso
esclam:
- Qui giunge un altro folle a chiedere il mio amore
e il mio corpo. Stolto! Non sa che perder con l'onore
anche la vita ! Accogliamolo con la consueta cortesia,
mie belle fanciulle, per non distoglierlo dal suo intento.
Sento il bisogno di provare con l'ignoto spasimante
la mia asta, la spada e la forza del mio braccio.
Si abbigliarono con ogni cura Brunilde e le sue donne,
indossarono manti preziosi rutilanti di gemme. Altrettanto
fecero gli eroi stranieri con le belle vesti cucite
dalle fanciulle burgunde. E si presentarono alla
corte della regina con Gunther e Sigfrido alla testa del
piccolo drappello dei nobili compagni d'avventura.
Quando la regina vide il volto di Sigfrido spar dalle
sue labbra lo sprezzante sorriso e per prima salut
l'eroe:
- Benvenuto nel mio regno, nobile Sigfrido, da lungo
tempo aspettavo il vostro arrivo. Ora so che non
mentiva l'antica profezia!
La interruppe subito il prode eroe:
- Non vengo di mia volont potente regina, ma quale
vassallo del re Gunther della terra burgunda. Chiede
di misurarsi nelle prove che vorrete imporgli, perch
 stato colpito d'amore per la fama della vostra
bellezza e aspira alla vostra mano per fare di voi la sua
sposa e regina dei Burgundi.
Cambi il colore sul volto della donna che roseo s'era
fatto alla vista del principe del Niederland. Quando
ud le parole di Sigfrido il gelo riemp il suo cuore e
pallido divenne il suo viso. Volse gli occhi a Gunther
e rispose con voce tagliente:
- Voi, signore, siete venuto a sfidarmi? Voi chiedete
di battervi per la mia mano e il mio cuore? Conoscete
il prezzo di ci che chiedete?
- Lo conosco, nobile regina, come lo conosce il mondo
intero. Confido di riuscire vincitore e piegare il vostro
fiero animo ad accettare i servigi del mio amore.
Se dovr perire nell'impresa, sar felice di morire per
mano vostra.
Queste parole furono dettate al re Gunther dalla
sua grande cortesia. Ma presto dovette pentirsene,
quando Brunilde, spogliata delle ricche vesti con le
quali aveva accolto gli ospiti stranieri, comparve a cavallo
nell'arena vestita solo di una bianca tunica e di
un bianco mantello. Senza perdere altro tempo voleva
subito concludere lo scontro con il pretendente importuno
per rinchiudersi nella delusione provocata dalle
fredde parole di Sigfrido e cancellare dal cuore la speranza
suscitata dalla sua improvvisa comparsa a corte.
Quando Gunther vide Brunilde arrotolare la manica
della tunica sul candido braccio e afferrare l'asta per
lo scontro a cavallo, fu assalito da paura e cerc con
gli occhi Sigfrido. Non vedendolo da nessuna parte si
sent perduto. Ma ud la voce rassicurante dell'amico
provenire dalla groppa del cavallo alle sue spalle:
- Sono accanto a voi. Non abbiate nessun timore.
Voi fate i gesti, io compir l'impresa.
Tutti videro i due destrieri partire l'uno contro l'altro
dai lati opposti dell'arena al suono di un corno. La
regina, l'asta puntata contro l'avversario, un sorriso di
sdegno sulle belle labbra, cavalcava impavida il suo
bianco cavallo mentre il candido mantello, fermato al
collo da una fibbia d'oro, svolazzava alle sue spalle. I
signori del drappello burgundo tremarono per la sorte
del re.
Ma al primo impatto, quando Brunilde era solita
sbalzare di sella il suo avversario, tutti poterono vedere
che il re Gunther resisteva, mentre scintille si levavano
dal cozzo delle ferree punte. Stupirono i presenti
e pi di tutti la regina, che era sicura della vittoria
al primo scontro. Senza por tempo in mezzo i contendenti
voltarono i destrieri e presero la rincorsa per il
secondo urto. Si vide lo scudo di Gunther andare in
pezzi, ma il cavaliere rimase fermo in arcione mentre
la bianca regina veniva sbalzata di sella.
Si rialz rossa di collera e, come voleva il codice cavalleresco,
ringrazi il suo avversario con brevi fredde
parole. Sulle sue labbra non c'era ombra di sorriso.
Contava di vincerlo nella seconda prova, il lancio del
masso e il salto per precederne la caduta, prova in cui
nessuno l'aveva mai sconfitta.
Scesero entrambi da cavallo i due avversari e per
prima Brunilde sollev con una sola mano l'enorme
macigno che dodici uomini avevano portato nell'arena
con grande fatica. A tutti trem il cuore in petto al
solo vederlo. E il re Gunther sarebbe certamente morto
di terrore se non avesse udito la voce di Sigfrido:
- Non temete, signore. Lancer il sasso pi lontano
della regina e lo superer d'un salto. Vi raccomando
solo di restare avvinghiato al mio corpo quando balzer
dietro al masso. Vi sollever con me e tutti vedranno
soltanto voi.
Gli occhi dei presenti appuntati sui gesti di Brunilde
la videro alzare senza sforzo apparente il macigno e
scagliarlo sino al confine dell'arena. Ma prima che esso
toccasse il suolo la regina aveva spiccato un salto
prodigioso e superata la distanza raggiunta dal sasso.
Mentre tutti applaudivano all'incredibile prova di forza,
e raggiante la regina si rivolgeva al suo rivale invitandolo
ad imitarla con parole di scherno, Gunther
stava ritto al margine dell'arena con il macigno per terra
davanti a lui. Quel macigno che a fatica dodici guerrieri
avevano portato fin l. Lo guardava atterrito e
non osava toccarlo. N lo avrebbe toccato se non avesse
udito la voce di Sigfrido, che stava accanto a lui e
lo rincuorava a tentare la prova con queste parole:
- Presto mio re, non lasciate che la regina esulti della
sua vittoria. Se volete che diventi vostra sposa, cingetemi
forte alla vita e fate il gesto di sollevare il sasso.
Gunther obbed e tutti videro con quanta facilit
con una sola mano egli lo sollevava e lo scagliava pi
lontano della misura raggiunta da Brunilde. Nel muto
stupore dei presenti subito spiccava il salto e superava
il masso prima che toccasse il suolo. Tutti videro il
re dei Burgundi ottenere la vittoria, nessuno vide Sigfrido
compiere il grande balzo e trascinare con s il
corpo di Gunther aggrappato al suo.
Quando la prova fu compiuta, e i controllori ebbero
misurato le distanze e assegnato il primato al pretendente,
apparve chiara la vittoria del re dei Burgundi.
I suoi amici ruppero in grida di gioia per il successo
del loro signore, mentre i guerrieri di Brunilde
correvano a indossare le armi per combattere contro
gli stranieri. Li ferm la regina con questo sdegnoso
discorso:
- Miei fidi, la parola di una regina non vale meno
di quella di un re. Il mio avversario mi ha sconfitta,
come tutti avete visto, ed io accetter di fare il suo volere.
Sarebbe contro il codice d'onore se ora venissi
meno alla parola data, che  sacra per il mio titolo di
regina. Sottomettetevi anche voi, come me, alla volont
di chi ha vinto e accettiamo insieme la sua decisione.
Questo disse Brunilde mentre le ancelle la ricoprivano
di pellicce per difendere il suo corpo dal gelo. Lo
stesso facevano i guerrieri di Gunther con il corpo accaldato
del loro re. Il quale cos parl:
- Vi ringrazio, nobile regina, per le vostre parole.
Sia impedita una inutile e ingiustificata guerra che recherebbe
danno ad entrambe le parti. Altro non chiedo
che quanto era stato pattuito come compenso al vincitore,
che voi diventiate mia sposa e regina dei Burgundi.
Voi manterrete la vostra sovranit sull'isola e
sui vostri vassalli; a colui che ritenete il pi fedele, affidate
il reggimento del regno. Non chiedo riscatto n
di oro n di gemme, ma solo, come umile grazia, di
concedermi la vostra mano e il vostro amore.
Cos dicendo il re si era inginocchiato ai piedi della
regina sconfitta. Ella per cortesia gli porse la mano
affinch si rialzasse e mascherando lo sdegno del cuore
rispose:
- Contro ogni possibile previsione, signore, avete
superato le prove che impongo ai miei pretendenti.
Nessuno finora ci era riuscito. Corre fama che un solo
eroe al mondo sia in grado di misurarsi con me, e questo
eroe  Sigfrido. E chiaro che talvolta la fama mente.
Mi inchino alla vostra forza e coraggio e vi accetto
come sposo. Ecco la mano promessa al vincitore.
Cos dicendo porgeva la bianca mano al re Gunther
invitandolo a rialzarsi. Lui prendendola tra le sue la
baci con labbra tremanti di gioia e amore. Brunilde
ricevette il bacio con grazia, ma non sappiamo se ne
provasse piacere.
- Signora, - disse il re, - vi ringrazio delle parole
con le quali accettate di diventare mia sposa. Vogliate
sistemare le questioni del vostro regno e prepararvi
a partire con noi sulla nostra nave verso il regno burgundo,
dove sarete accolta, questo vi giuro, con grande
gioia e onore dal mio popolo, come si conviene a
una regina. Portate con voi quante ancelle volete, il
viaggio che vi attende  piuttosto lungo. Dodici giorni
 durato per venire alla vostra terra, ma il ritorno
sar forse pi lento perch dovremo risalire la corrente
del Reno, contrastando la forza del fiume. Portate
con voi quante vesti volete, ma sappiate che altre e
molto ricche troverete sulla nave, cucite dalle mani
di mia sorella Crimilde e delle sue ancelle, come dono di
benvenuto. Siete attesa con ansia, sarete ricevuta con
amore e onorata come regina.
Brunilde ringrazi, si inchin e aggiunse:
- Permettetemi una domanda, mio signore. Dov'
il sire Sigfrido? Il vostro vassallo che si  presentato
come intermediario per voi? Non l'ho pi visto dopo
che ha compiuto la sua missione.
Rispose il re senza cogliere il sottile veleno della domanda:
- Credo che stia preparando il viaggio di ritorno,
perch lui ci ha guidati alla vostra isola come nocchiero.
Senza il suo aiuto non saremmo riusciti ad arrivare
nel vostro regno, per noi sconosciuto. Lui solo conosceva
la via per giungere sino a voi. Per scusate se
correggo le vostre parole: Sigfrido non  per me un
vassallo, ma un carissimo amico. Inoltre  principe di
un vasto regno, il Niederland, di cui diventer re alla
morte del padre Siegmund. Quando lo vedrete, siate cortese
con lui, come si conviene a una regina che incontra
un futuro re.
Brunilde chin il capo con grazia, in apparenza per
accettare il consiglio del futuro sposo, in realt per celare
un perverso sorriso.

 Capitolo 9.
Il ritorno dei vincitori.

Non fu lieto come Gunther e i suoi compagni speravano.
Brunilde era triste e tutti attribuivano il suo
stato d'animo alla sconfitta subita e alla partenza dal
regno. Se ne stava nella sua stanza con le ancelle e se
usciva sul ponte il suo sguardo cercava non il promesso
sposo, ma il vassallo Sigfrido. Tuttavia non ebbe
mai occasione di avvicinarlo e di parlargli per tutto il
viaggio.
Gunther, sollecito dell'umore della regina, le chiedeva
ogni volta che ne aveva l'opportunit notizie della
sua salute, attribuendone la causa al viaggio sull'acqua
e al rollio del veliero. Brunilde rispondeva con cortesi
ma fredde parole, non come sposa che si rivolge
all'amato. E nulla diceva per giustificare la sua malinconia.
Ne era rattristato il re, ma confidava che la lieta accoglienza
nella terra burgunda avrebbe rasserenato il
bel volto e riportato il sorriso sulle sue labbra. Non si
chiedeva tuttavia se l'amata conosceva il sorriso, la
gioia e la perfetta consonanza di due cuori innamorati.
Non se lo chiedeva, e in questo sbagliava.
Sigfrido pilotava la nave sciogliendo o ammainando
le vele secondo lo spirare del vento, e non pensava
che alla gioia di rivedere Crimilde, la propria e quella
di lei, al matrimonio atteso e meritato, promesso dalla
mano del re. Felice come un ragazzo, si arrampicava
sull'albero maestro per spiare l'apparire delle torri
del castello burgundo, sicuro che la sua amata al tramonto
sarebbe salita sulla torre pi alta per scorgere
l'apparire delle vele, come si erano giurati alla partenza
in grande segreto. In quel segreto Sigfrido le aveva
promesso che se all'avventura avesse arriso il successo
sarebbero giunti sotto le mura con tutte le vele spiegate.
In caso di esito infelice, spiegata al vento sarebbe
stata solo la vela maestra, indispensabile al viaggio.
E venne finalmente il giorno in cui dalla torre pi
alta Crimilde scorse la nave con tutte le vele al vento,
e nel suo cuore l'ansia si sciolse e al suo posto dilag
la gioia fino a traboccare in grida festose. Tutte le fanciulle
accorsero accanto a lei e l'abbracciarono felici.
Anche la vecchia madre Ute sal le faticose scale per
non perdere la festa della vittoria. E le sue lacrime di
gioia si mescolarono a quelle della bella figlia felice.
Pi cupo divenne lo sguardo di Brunilde quando apparvero
le torri del castello burgundo. Pi triste il suo
cuore quando vide Sigfrido sventolare il suo vessillo
con il bianco cigno dalla cima dell'albero maestro, cui
rispondeva una luminosa figura di fanciulla mandando
baci dall'alto.
Alla gioia di quelli rimasti a casa, Ghiselher e Ghernot,
si univa quella di tutti i signori burgundi cui rispondeva
dalla nave il giubilo dei vincitori. E Brunilde
era sempre pi cupa in volto.

 Capitolo 10.
Le doppie nozze.

Mentre tutta la corte partecipava festosa ai preparativi
delle doppie nozze che sarebbero culminate con
il convito nella grande sala del castello, mentre la felicit
traspariva dagli occhi di Sigfrido e Crimilde, sempre
pi rapiti nell'attesa del compimento dell'amore,
Brunilde vagava sola e triste nelle sue stanze deserte
di gioia. Vedeva la coppia innamorata sussurrarsi dolci
promesse, i due sempre uniti e spesso abbracciati, e
provava in cuore una tristezza di cui lei sola conosceva
la causa. Tutti si accorsero che fuggiva la compagnia
di Gunther, quasi le fosse odioso. Se ne accorse
anche il re, ma attribu il malumore della sposa alla prossima
perdita della verginit, a lungo difesa con tanta
passione.
Cieca alla tristezza di Brunilde era la coppia degli
innamorati. Per la coppia felice non esistevano nubi,
n timori, n attese di eventi infausti. L'avvenire appariva
ai loro occhi azzurro come il cielo di maggio.
Celebrata la funzione religiosa nella cattedrale, sposi
e parenti si ritrovarono per il convito nuziale nella
sala grande del castello. Le due coppie di sposi sedevano
fianco a fianco, e quando i valletti presentarono
le vivande, Sigfrido fece loro cenno di allontanarsi perch
voleva servire lui, con le proprie mani, la dolce
sposa. Tutti lo videro tagliare a pezzetti minuscoli la
carne nel piatto di Crimilde, che con la bella mano li
prendeva uno ad uno, li tuffava nella salsa e li portava
alla bocca.
Talvolta per gioco ne porgeva uno alla bocca di Sigfrido
ed entrambi ridevano di quel gesto innocente.
Al momento della frutta si vide la sposa offrire chicchi
d'uva allo sposo, che fingeva di voler mordere le
rosee dita della fanciulla. E il gesto era per i due innamorati
fonte di lieto riso. Bevvero il dolce vino dalla
stessa coppa bench ognuno avesse la sua, e anche
quello faceva parte del gioco amoroso.
Negli intervalli tra un servizio e l'altro ascoltavano
rapiti le canzoni del menestrello, accompagnate dal
suono del liuto, e ne godevano la soavit fino in fondo
al cuore. Tutti guardavano la coppia felice degli innamorati
e partecipavano alla loro gioia. Muti accanto
a loro sedevano Gunther e Brunilde con volto serio
e quasi accigliato, e nessuno vide le lacrime che copiose
e silenziose scendevano dagli occhi della sposa. Se
ne accorse il re e le chiese sollecito:
- Perch piangete, bellissima regina? Vi ho forse offeso
senza rendermene conto? Vi giuro che non ho mai
voluto recarvi oltraggio, e in ogni caso vi prego di scusarmi.
- No, - rispose lei, - non siete voi la causa del mio
pianto. Non avete alcuna colpa. Piango perch vedo
la vostra bella e nobile sorella andare sposa ad un umile
vassallo. Ben altro meritava la sua bellezza e cortesia,
e non certo questa umiliazione.
Mentiva Brunilde e sapeva di mentire, ma nessuno se
ne accorse. Il re Gunther tent di consolarla dicendo:
- Non dovete rattristarvi per la sorte di Crimilde.
Non  umiliante avere come sposo Sigfrido, che  un
nobile audacissimo principe, possiede un immenso tesoro,
alla morte di suo padre Siegmund diventer re
del Niederland e non sar sottoposto a nessun vassallaggio.
Consolatevi e asciugate le lacrime, non avete
nessun motivo di piangere. Non avrei mai sacrificato
la mia amata sorella dandola in sposa a qualcuno non
degno di lei.
Con queste parole il re cercava di confortare la sua
donna. Nell'accecamento dell'amore non aveva capito
che Brunilde mentiva e ben altra era la causa di quelle
lacrime. Ute nel silenzio le scorse e ne comprese la
minaccia.
Terminato il convito di nozze si sciolse la bella compagnia.
Le due coppie di sposi si avviarono al rispettivo
talamo, affettuosamente e con molti furtivi baci i
due innamorati, incapaci di nascondere la freddezza
che li separava Gunther e Brunilde. E molto diverse
furono le notti delle due coppie. Una god le gioie dell'amore
a lungo desiderate, con molte dolci carezze finch
il sonno li vinse. Se qualcuno fosse stato presente
nel loro talamo, avrebbe potuto vedere Sigfrido coprire
con le coltri il corpo della sposa perch il freddo della
notte non le nuocesse.
Nell'altro talamo Brunilde neg il suo corpo allo
sposo opponendo alle carezze di lui una forza prodigiosa
in difesa della sua verginit fino all'alba, che
spunt molesta per il re, offeso nel suo onore e amore,
dolorante per le percosse subite.
Il mattino che radioso splendeva negli occhi di Sigfrido
mostr il cruccio nel viso di Gunther. Lo scorse
il lieto eroe del Niederland che ne chiese la ragione al
potente re offeso, il quale non neg la verit al prode
amico:
- Non so per quale motivo la mia sposa ha respinto
il mio amore sottraendo il suo corpo al maritale diritto.
Non contenta di questo mi ha schernito con ingiuriose
parole e colpito con la sua forza prodigiosa si
che ne porto i segni in varie parti del corpo.
Sigfrido prov angoscia e dolore alle parole del re.
Ricord con quanta fatica e sofferenza, celato sotto il
mantello fatato, aveva resistito agli assalti di Brunilde
nelle prove che imponeva al pretendente. E cap che
Gunther aveva bisogno ancora una volta del suo aiuto.
- Nobile re, - disse allo sposo offeso, - forse posso
ancora una volta soccorrervi, se me lo concedete. La
prossima notte, quando tutti saranno addormentati,
fingete di non cercare l'amore della regina, fatele credere
che siete rassegnato al vostro destino. Verr silenzioso
ed invisibile, e far il possibile per aiutarvi.
Fidatevi di me e non perdete ogni speranza.
Lo ringrazi Gunther con tutto il cuore e fece come
l'amico aveva suggerito.

 Capitolo 11.
La lotta nel talamo di Brunilde.

La notte seguente Gunther, per paura della terribile
regina che gi si preparava a rintuzzare le sue carezze,
si tenne lontano da lei e si nascose in fondo al letto,
come gli aveva consigliato Sigfrido. N rispose alle
ironiche provocazioni della sposa:
- Grande re, perch non vi accostate alla vostra
donna per pretenderne la sottomissione maritale? Avete
forse paura delle sue mani, dei graffi della scorsa
notte? O vi dolgono ancora le ammaccature dei suoi
colpi?
Gunther non rispose, ma nel silenzio che segu gli
scherni di Brunilde, mentre gi il cuore cominciava a
tremargli in petto, ud un fruscio come di piedi nudi,
di coltri smosse...
- Ecco Sigfrido, - disse tra s, e nel cuore cess la
paura. Subito dopo ud rumore di lotta, grida soffocate,
gemiti di dolore e ne fu atterrito. Un urlo terribile
di voce maschile lo avvert che il suo aiutante era in
difficolt e fu tentato di uscire allo scoperto per dargli
aiuto, ma il ricordo dei colpi subiti dalla sposa e le
raccomandazioni di Sigfrido lo trattennero. Poi un
acuto grido di voce femminile, la voce della regina offesa,
lo assicur della vittoria dell'eroe. Ne gio il cuore
del re, ma nello stesso tempo temette che il vincitore
ne cogliesse il fiore della verginit.
Nel silenzio che segu alla tremenda lotta ud il fruscio
dei piedi nudi di Sigfrido che si allontanava dal
talamo. Il suo cuore ne fu sollevato, mentre percepiva
la voce fattasi dolce della sposa:
- Mio signore, ancora una volta avete sconfitto la
mia forza, mi avete tolto il cinto virginale da cui proveniva.
Ora, se ancora mi desiderate, potete prendere
su di me tutto il piacere che vi spetta.
Lentamente Gunther risal dal fondo del letto, temendo
un inganno della perfida, che forse ne fu consapevole
e aggiunse:
- Con il furto del cinto la mia riottosit e forza sono
spente. Non abbiate timore, non vi far alcun male.
Le mie mani saranno miti come quelle di una qualsiasi
sposa. Vi do la mia parola di regina.
A quella promessa Gunther le si avvicin gioioso e
ne godette il bel corpo in tutte le forme concesse da
cortesia. Ne prov immenso piacere e ringrazi la sposa
con dolci parole e sapienti carezze. Se anche Brunilde
abbia goduto nella medesima misura non lo sappiamo
e non lo sapremo mai.
Sigfrido torn nel letto di Crimilde e la trov addormentata.
Nascose sotto il cuscino di lei il cinto della
rivale tutto trapunto di perle e ricamato in oro e argento,
per fargliene dono al suo risveglio e raccontarle
della lotta nel talamo di Brunilde: non voleva che la
sua sposa venisse a saperlo in altro modo, affinch tutto
fosse chiaro nel loro rapporto coniugale.
Il mattino seguente Gunther comparve alla corte
tutto radioso come si conviene allo sposo che ha colto
il fiore intatto della sposa. Ringrazi Sigfrido con calde
parole d'affetto e amicizia:
- Amico carissimo, vi sar grato per tutta la vita del
vostro aiuto. Chiedetemi tutto quello che volete: oro e
gemme, vassalli e servi, terre...
Lo interruppe Sigfrido mostrandogli le mani ferite:
- La vostra sposa era proprio tremenda, mi ha stretto
le mani nella morsa delle sue facendo sprizzare il
sangue dalle unghie. Forse avete udito il mio grido di
dolore...
- L'ho udito e vi chiedo perdono per lei. Non so come
ricompensarvi per la vostra fatica.
- Vi ringrazio, - rispose l'eroe del Niederland, - ho
nell'amore di vostra sorella tutto ci che il mio cuore
pu desiderare e altro non bramo. Oro e gemme posseggo
in quantit che non riesco a contare, vassalli e
terre pure. Il popolo dei prodi Nibelunghi  mio vassallo
dopo che ho ucciso i loro due re. Se volete aggiungere
a tutto questo la promessa della vostra amicizia
e fedelt ve ne sar grato per tutta la vita.
Cos parl l'eroe generoso e leale, il pi puro che la
terra abbia mai conosciuto. Rispose commosso Gunther:
- Giuro sul mio onore che vi sar sempre fedele e
vi servir in perfetta lealt tutte le volte che ne avrete
bisogno.
Gli porse la mano come pegno di alleanza, e Sigfrido
la strinse con lo stesso sentimento. Gunther era sincero
in quel gesto, nella promessa e nel giuramento.
Ma un giorno lo avrebbe tradito.
Si lasciarono dopo una settimana con i pi caldi segni
di affetto: il re del Niederland voleva tornare nella
sua terra, riabbracciare i genitori che non avevano
sue notizie da pi di un anno, e godere della felicit e
dell'affetto che la sposa avrebbe suscitato nella sua famiglia
e tra i sudditi che lo amavano. Crimilde pianse
accomiatandosi dai fratelli e dalla madre, cinse con
braccia sincere la rivale Brunilde, la quale nascose sapientemente
la gelosia che provava per la bella cognata
e la sua felicit.
Sigfrido part portando con s nel Niederland il
gioiello pi prezioso del suo immenso tesoro, l'amatissima
Crimilde che lo ricambiava del medesimo amore
sincero e appassionato. Erano tutti felici, o almeno tali
apparivano.
Ute sola chiudeva in cuore un funesto presagio per
la carissima figlia.

 Capitolo 12.
Le lacrime di Brunilde.

Ute non poteva dimenticare le lacrime di Brunilde
durante il banchetto di nozze e sapeva benissimo che
la regina aveva mentito rispondendo a Gunther che piangeva
per l'umiliazione di Crimilde sposata ad un vassallo.
Nella sua saggezza aveva capito che le lacrime di
Brunilde erano causate dalla gelosia di vedere la felicit
di Crimilde. Ma non sapeva quello che sappiamo
noi e la leggenda pi antica rivelava.
La vecchia madre aveva guardato negli occhi della
regina e vi aveva scorto il seme devastante dell'invidia
verso la sua amatissima figlia, il proposito di distruggerla
con qualsiasi mezzo, senza nessuna piet,
nessuna remora, ricorrendo alla menzogna e all'inganno.
La tragedia della fanciulla Crimilde andava prendendo
forma nella sua mente.
Ormai sapeva chi era il falcone d'amore della sua figliola,
al tempo del sogno, quando era poco pi che
bambina, il fiero audace e bellissimo Sigfrido. Il principe
del Niederland era entrato nel cuore della fanciulla
con l'impeto di una passione irresistibile. E chi
avrebbe potuto resistergli?
Ma chi erano le due aquile che ne avrebbero fatto
scempio, uccidendo con lui il cuore stesso di Crimilde?
Per quanto scavasse nella mente non riusciva a immaginare
chi potesse odiare tanto l'innocente fanciulla
che mai aveva prima conosciuto l'amore. Tranne
Brunilde, certamente, sulla quale non aveva dubbi. E
chi poteva diventare il braccio dell'odio della regina?
Si consolava pensando che i due sposi felici vivevano
lontano dalla corte burgunda nella quale covava la
brace mai spenta della gelosia. Nel lontano regno del
Niederland nessuno poteva attentare alla vita del principe
ed erede al trono. L'unica nemica di Sigfrido era
Brunilde, e Brunilde viveva alla corte burgunda dove
lei avrebbe potuto controllarla. Ma non sapeva la povera
madre quanto fosse feroce l'odio della regina dei
ghiacci.
Inoltre non conosceva un episodio del passato di
Brunilde che nessuno sapeva al di fuori della ristretta
cerchia della sua corte, e di l non sarebbe mai uscito
perch la regina aveva minacciato di morte chi l'avesse
rivelato, donna o uomo che fosse. E tutti sapevano
che Brunilde non mancava mai di realizzare le sue minacce.
Alcuni anni addietro era accaduto un fatto imprevisto
e imprevedibile: un pretendente alla sua mano si
era presentato solo alla corte, senza seguito n compagni.
Aveva detto il suo nome senza indicare n il rango
n il titolo. Aveva guardato Brunilde con sguardo
di sfida e pronunciato scandendo le parole:
- Il mio nome  Sigfrido.
Uomini e donne della corte capirono che la regina
sarebbe stata sconfitta. E prima fra tutti lo cap Brunilde,
perch un'antica profezia diceva che un solo
eroe al mondo avrebbe potuto abbattere la superba
nelle prove imposte al pretendente, quell'uomo era
Sigfrido. E adesso era giunto per misurarsi con lei nell'arena.
Non sappiamo, e non lo sapremo mai, se agisse per
amore dell'inaccessibile regina dei ghiacci, o solo per provare
le sue forze con lei e, se la sorte lo avesse assistito,
rintuzzare l'alterigia della donna, la sua fierezza e
crudelt. E anche quel giorno il boia affilava la lama
della mannaia sotto lo sguardo attento della regina che
forse celava dietro quell'imperturbabilit la paura di
essere sconfitta dall'ignoto pretendente.
Ma era accaduto l'imprevisto. Sigfrido, bench nelle
dure prove imposte dalla regina fosse stato sul punto
di soccombere, non solo aveva resistito ad ogni
scontro, ma aveva superato la misteriosa forza dell'avversaria.
E lei aveva dovuto dichiararsi sconfitta e sottomettersi
alla volont del vincitore, perch cos voleva
il codice d'onore: la parola di una regina dev'essere
mantenuta,  sacra, come quella di un re. Forse
uomini e donne della corte di Brunilde ne gioivano,
ma non lo sappiamo e non lo sapremo mai.
N sappiamo che cosa avvenisse nell'animo di Brunilde,
se il gelo che imprigionava i sensi cominciasse a
sciogliersi sotto gli occhi splendenti del bell'eroe, azzurri
come il cielo di maggio. Se l'amore a lungo contrastato
dal pensiero facesse breccia nel cuore della superba.
Nulla di tutto questo sappiamo n lo sapremo
mai, perch quando la regina sollev gli occhi al volto
del vincitore dopo aver dichiarato la sua sottomissione
all'uomo che l'aveva sconfitta, Sigfrido era sparito.
Brunilde lo fece cercare dappertutto, uomini e donne
della corte erano impegnati nella ricerca di colui che
rifiutava con quel gesto il premio promesso, la mano
della regina. Rifiutava con la sua sparizione anche il
regno sull'isola dei ghiacci. Sdegnata Brunilde girava
lo sguardo attorno a s, e quando si rese conto che il
vincitore era scomparso proib a tutti, pena la morte,
di rivelare la ripulsa subita o anche solo di fare il nome
dell'eroe che, dopo averla ottenuta, l'aveva rifiutata.
Cos si spiegava agli occhi di tutti la meraviglia, e
forse la gioia, di rivederlo alla sua corte, e l'aspra delusione
di sentire dalle labbra di lui che veniva come
intermediario di un altro. Lo sdegno le bruci in cuore
e trasform la fiamma dell'amore in odio senza
confini.

 Capitolo 13.
Il funesto presagio.

Mentre nel Niederland regnava la gioia per la presenza
della bella sposa che tutti amavano ed onoravano,
e per il successo di Sigfrido che dava grande prestigio
al regno, nella terra dei Burgundi, partita la coppia
felice con il suo seguito, era calata un'ombra di
cupa tristezza. Brunilde era sempre scontenta, si concedeva
raramente allo sposo senza esprimere mai n
piacere n soddisfazione, come compisse un dovere
sgradito. E il sorriso disertava le sue labbra.
Di conseguenza anche Gunther era triste, e la sua
tristezza si rifletteva nei volti dei fratelli, della madre
Ute, di uomini e donne della corte. La regina delle nevi
era sempre pi gelida, con il suo sposo non si confidava,
con mala grazia rispondeva quando lui le chiedeva
che cosa la turbasse, la offendesse nel suo nuovo
regno, le spiacesse al punto da toglierle ogni gioia.
Solo a Haghen mostrava amicizia, a lui confidava le
sue pene e delusioni cocenti. Un giorno cos gli parl:
- Perch, sire Haghen, il nostro vassallo Sigfrido si
comporta con tanta superbia verso di noi? Perch lui
e Crimilde non ci rendono il dovuto omaggio? Un anno
 passato da quando sono venuta in questo paese e
ancora non ci hanno mandato n tributi n messaggeri.
Haghen rifer queste parole al re, il quale ripet alla
moglie quello che le aveva detto il giorno delle nozze:
- Sigfrido, mia bella sposa, non  un vassallo qualunque,
un giorno alla morte del padre Siegmund diventer
re del Niederland, sar quindi un sovrano a
tutti gli effetti. Ma gi adesso la sua fama corre per il
mondo sulle ali del vento.
- Sulle ali della superbia volete dire ! Perch non ci
manda il tributo che ogni vassallo deve al suo re? Perch
la mia bella cognata non rende omaggio alla sua regina?
- Lasciate questo discorso, mia signora. Vi mancano
forse oro e gioielli, vesti preziose ed onori qui nel
mio regno? Chiedete e tutto vi sar dato. Ma non offendete
con le vostre parole n il mio amico Sigfrido
n mia sorella Crimilde. Ve lo proibisco nella qualit
di vostro sposo e vostro re.
Questo disse molto severamente Gunther a sua moglie.
La quale da quel momento cambi tattica, fingendo
grande nostalgia della cognata, mostrando di amarla
e mascherando l'odio sotto specie di affetto. Cos
infatti parl un giorno a Gunther, abbracciandolo con
mentito ardore nel letto nuziale:
- Mio amatissimo sposo, voi sapete quanto mi siano
cari i vostri parenti, Crimilde e Sigfrido, e come io
soffra per la loro lontananza. Di vostra sorella mi manca
la lieta compagnia, l'affetto di cui era prodiga un
tempo quando ancora stavano qui con noi. Perch non
li invitate ad una festa di corte nel vostro regno? Sarei
proprio felice di rivederla e con lei rivedere il cognato
Sigfrido.
Con queste false parole conquist l'animo dell'ingenuo
sposo che le disse:
- Mia amatissima, se lo desiderate lo far volentieri,
bench il regno del Niederland sia molto lontano;
dovrebbero affrontare un lungo viaggio e lasciare a casa
il figlioletto di pochi mesi perch mal ne sopporterebbe
le fatiche e i pericoli. Sono certo tuttavia che
Crimilde rivedrebbe volentieri i suoi fratelli, la vecchia
madre Ute e tutti i nostri amici. Per vedervi contenta
spedir oggi stesso messaggeri nel Niederland
con l'incarico di invitarli a una festa di corte che avr
luogo tra un mese, nel bel maggio fiorito. Vi ringrazio
di avermelo chiesto, e vi confesso che anch'io li rivedr
molto volentieri.
Cos rispose il re cadendo nella rete che la sua perfida
sposa gi incominciava a tessere per distruggere
la felicit della rivale. Subito sped messaggeri nel lontano
regno del Niederland. La notizia della prossima
festa di corte rallegr tutti, e tutti si diedero da fare
nei preparativi per l'accoglienza e il soggiorno degli
ospiti. In particolare Ghiselher gio di quella notizia e
Ute fu contenta di riabbracciare l'amata figlia, anche
se nutriva qualche sospetto di fronte alla richiesta di
Brunilde. Ma nascose la sua apprensione per non turbare
la gioia degli altri.
Brunilde mostr un viso lieto e tutti ne furono felici.
Felice ne fu Gunther, che nulla sospett n si accorse
dei frequenti colloqui tra sua moglie e Haghen.
Con lui la regina continuava a insistere sulla mancanza
di Sigfrido nei doveri di vassallaggio verso il suo re:
- Non trovate anche voi, sire Haghen, che mio cognato
e sua moglie si comportino con scarso rispetto?
Tutti gli altri vengono ogni anno ad offrire tributi e
servigi al re come impone il codice feudale. Solo Sigfrido
sembra ignorarlo.
Le diceva Haghen colpito da questo accanimento
della regina contro i parenti lontani:
- Signora, Sigfrido non  un comune vassallo, ma
un prezioso alleato di re Gunther, il vostro sposo, con
la sua forza e audacia ha salvato il regno burgundo dall'aggressione
di Sassoni e Danesi. Come vedete non 
un semplice vassallo, ma un alleato fedele. Un grande
eroe, la cui fama corre il mondo.
Alle parole di Haghen ancor pi s'incupiva il volto
di Brunilde, perch le tornava alla mente l'antica profezia
che designava Sigfrido come suo sposo avendola
vinta nelle prove da lei imposte ai pretendenti. La gelosia
verso Crimilde ruggiva nel suo cuore. A tutti sfuggiva,
accecati dalla gioia, ma non sfugg a Haghen.
Quando, dopo il lungo e faticoso viaggio, superate
le perplessit della madre di Sigfrido, sempre sollecita
per la sorte del caro figlio, gli ospiti giunsero nel regno
burgundo, furono accolti con tripudio di gioia da
parenti ed amici. E felice fu pi di tutti Crimilde, che
rivedeva dopo la lunga assenza i fratelli e la madre. Subito
le chiesero notizie del piccolo figlio rimasto nel
lontano Niederland. Anche Brunilde mostr gioia e
abbracci la cognata celando sotto il sorriso l'odio infinito
che nutriva verso di lei.
Pi bella che mai splendeva Crimilde perch alla
perfezione fisica si aggiungeva la luce del grande amore
corrisposto. E pi bello che mai per la stessa ragione
splendeva Sigfrido. In lui, come nella sua sposa, alla
bellezza fisica si alleava il fascino della felicit. La
gelosia di Brunilde ne fu accresciuta oltre i confini della
sopportazione.
Molto fu festeggiata Crimilde dai fratelli e dalla madre,
che per un attimo dimentic l'apprensione per la
vicinanza di sua figlia alla terribile rivale. Nel dolce viso
di Crimilde rideva tanta felicit che Ute fu costretta
a parteciparne rimuovendo l'angoscia che l'arrivo
degli ospiti del Niederland le aveva causato. Strinse la
figlia al petto e pianse con lei lacrime di gioia.
Si diede inizio alla festa di corte con giostre di cavalieri
abbigliati sontuosamente con sete d'Arabia,
cavalli bardati di gualdrappe d'oro e d'argento che volteggiavano
eleganti sotto le mura del castello. Poi cominciarono
i tornei e apparvero spade e scudi ricchi di
pietre e armature lucenti di durissimo bronzo.
Le due regine sedevano insieme ad un'alta finestra
del castello per godere lo spettacolo e ammirare l'audacia
di cavalieri ed eroi. Altre finestre erano occupate
da fanciulle di corte, tutte belle ed eleganti nei loro
abiti di stoffe preziose tempestate di gemme scintillanti.

 Capitolo 14.
La lite fra le regine.

Sedevano fianco a fianco le due regine, ammirando
giovani cavalieri che spezzavano scudi e aste di durissimo
frassino con la punta di ferro. Fra tutti emergeva
Sigfrido. Crimilde lo ammirava con gli occhi e con
il cuore. Tanto lo ammirava che non pot trattenere
un grido di entusiasmo vedendolo sbalzare di sella un
avversario con un colpo d'asta tirato da molto lontano.
Brunilde riconobbe il colpo che l'aveva sbalzata di
sella per mano di Gunther, l'asta gettata da grande distanza,
una forma di assalto che solo Sigfrido sapeva
fare.
Mentre la brace della gelosia accendeva nel suo cuore
una fiamma bruciante, ud Crimilde esclamare piena
di entusiasmo:
- Avete visto, cognata, che bel colpo ha tirato il mio
Sigfrido? Nessuno al mondo  pari a lui, nessuno potrebbe
competere con lui!
Brunilde la guard bieca e con parole velenose disse:
- Posso ricordarvi, cara cognata, che Sigfrido  vassallo
di Gunther e nessun vassallo pu paragonarsi al
suo re? Un vassallo  sempre un servo del suo signore.
E non deve alzare troppo la testa se non vuole incorrere
nell'ira del padrone.
Crimilde volse stupita lo sguardo alla cognata:
- Brunilde, di dove nascono questi severi giudizi sul
mio sposo? Avete mai notato in Sigfrido segno di superbia
e vano orgoglio?
- In lui no, ma in voi s. Lo dimostrano le parole da
voi pronunciate or ora. Non dimenticate mai che siete,
voi e lui, nostri vassalli, e quindi nostri servi. Troppo
alto vola il vostro pensiero nel lodare Sigfrido. Nessun
servo  pi potente del suo padrone.
Arross di sdegno il bel volto di Crimilde alle parole
di quella che credeva amica e rivelava ora un animo
ostile. Nascose l'ira e chiese con malcelata ironia:
- Siete forse gelosa di me e della mia felicit, cara
cognata?
- Gelosa di voi? - rispose Brunilde con voce tagliente,
- e come potrebbe una regina essere gelosa di una
serva?
Arse d'ira il cuore di Crimilde:
- Io sarei vostra serva? Sigfrido sarebbe vostro servo?
Ma allora chi sareste voi che avete ceduto il vostro
corpo ad un servo?
- Che dite mai piccola sciocca, quando avrei ceduto
il mio corpo a un vassallo? A Sigfrido, intendete dire?
- Proprio a lui, cara cognata. A chi credete di essere
soggiaciuta la seconda notte di nozze, dopo che nella prima
avete negato il vostro corpo al legittimo sposo?
- Siete un'ignobile bugiarda! Lanciate accuse velenose
senza nessuna prova n fondamento ! Nel mio talamo
non entr mai altri che il mio sposo Gunther !
Lui ha vinto la mia forza e mi ha sottomessa. La vostra
superbia non conosce limiti! D'ora in poi separatevi
da me con il vostro seguito, non  giusto che una
serva bugiarda compaia accanto alla sua regina !
Rispose Crimilde ormai fuori di s per l'offesa:
- Domani all'ingresso della cattedrale vi dimostrer
agli occhi di tutti che non sono una bugiarda ma ho
detto la verit: domani agli occhi del vostro seguito vi
dar la prova tangibile che vi siete giaciuta con Sigfrido,
e se  vero che egli  vostro servo voi siete la puttana
di un servo.
Con queste parole ingiuriose si separarono le due
regine. Nessuno le vide pi insieme, e tutti si chiedevano
perch si negassero la compagnia e persino il saluto.
Ma nessuno aveva assistito alla loro lite, n aveva
udito le reciproche accuse. Si videro il mattino seguente
le due rivali avviarsi separatamente, ciascuna
con il suo seguito, verso la cattedrale. Giunsero alla
soglia della chiesa e Brunilde disse con voce dura:
- Non entrer una serva prima della sua regina.
E si avvi per entrare. Rispose Crimilde gettandole
ai piedi il prezioso cinto che Sigfrido aveva tolto alla
rivale e poi imprudentemente donato alla sposa.
- Volete dire, signora, che la puttana di un servo,
quale dite che  Sigfrido, avr la precedenza? Questo
cinto virginale che ora giace ai vostri piedi  la prova
che il mio sposo vi ha posseduta prima del re Gunther,
e lui infatti ve l'ha tolto per farmene dono.
Ammutol Brunilde a quelle parole, ammutolirono
tutti. E mentre rossa di collera e di vergogna per la
pubblica umiliazione la superba regina restava inchiodata
davanti alla porta della cattedrale, Crimilde entrava
trionfante con il suo seguito nel sacro tempio.
Era lieta per il suo trionfo quella mattina, ma gliene
sarebbero venuti grande sciagura e mortale dolore.
Brunilde, umiliata e vituperata alla presenza del suo
seguito, le giur vendetta, e cominci a tramare scegliendo
come prima vittima proprio colui che solo era
riuscito a far breccia nel suo cuore di ghiaccio, il bellissimo
Sigfrido. Sapeva, la crudele, che non c'era modo
pi efferato per colpire la rivale che toglierle l'oggetto
del suo amore.
Cos si compir il destino dell'eroe pi nobile e audace
che fosse mai esistito, per colpa della superbia di
due regine. Brunilde scelse come alleato e confidente
Haghen, non Gunther del quale temeva l'ira. Haghen
divenne il suo consigliere segreto, formando un'alleanza
fatta di menzogne e incomparabile perfidia.

 Capitolo 15.
La vendetta di Brunilde.

Fece convocare in gran segreto Haghen nelle sue
stanze e cos parl piangendo:
- Se mi siete amico, sire Haghen, abbiate piet di
una regina offesa e ingiuriata pubblicamente con false
accuse. Vendicate l'arroganza a me dimostrata dalla
moglie di un vassallo del vostro e mio re.
Haghen ascolt stupito le parole di Brunilde e chiese:
- Chi ha potuto offendervi a tal punto da costringervi,
mia regina, a versare lacrime cocenti?
- Mia cognata Crimilde.
E gli narr, alterando la realt e tacendo la vera causa
della lite, lo scontro verbale avuto con Crimilde. Gli
chiese il suo aiuto in nome della fedelt sempre dimostrata
verso Gunther e gli promise tutto quello che pu
promettere una regina. Gli chiese, come speciale favore,
di non dire nulla di tutto questo al re, per risparmiargli
il dolore di vedersi tradito da chi considerava
un amico fedele.
- Le vostre parole mi meravigliano, - disse Haghen,
- ho sempre conosciuto Sigfrido come eroe leale, privo
di arroganza e di qualsiasi infingimento. Voi lo accusate
di essersi dichiarato pi potente del mio re e se
questo  vero riscatter il suo onore e il suo prestigio
con ogni mezzo in mio potere. Non occorre che mi offriate
alcun compenso. Vi aiuter volentieri a vendicarvi
di Crimilde senza nulla dire al vostro sposo.
Asciugate le lacrime e state di buon animo, se potete.
Dovr amaramente pentirsi Crimilde per l'ingiuria e
la pubblica diffamazione. Ve lo giuro sulla mia spada
che amo pi di qualsiasi altra cosa al mondo.
E cominci Haghen a tessere la sua tela come ragno
velenoso. Pens subito che il miglior modo di colpire
Crimilde era di ucciderle ci che pi amava, lo sposo
Sigfrido. Un giorno cos parl a Gunther da solo a solo:
- Mio re, mi d qualche apprensione il vostro amico
e alleato, il re del Niederland. La sua sposa mena
vanto di essere pi potente della mia regina Brunilde.
Di dove pu nascere questa sua protervia se non dalla
bocca di Sigfrido?
Rispose Gunther:
- Lasciate perdere i discorsi delle donne. Spesso
parlano senza pensare a quello che dicono. Di Sigfrido
non ho alcun sospetto, e ricordatevi che voi per primo
mi avete consigliato di stabilire con lui un legame
pi forte, un legame di parentela.
Haghen tacque per qualche giorno, ma poi torn su
quel discorso che Gunther aveva rifiutato. Presolo in
disparte disse:
- Mio re, avete dimenticato quanta forza ha Sigfrido,
quanto oro possiede con cui pu comprare guerrieri
e vassalli a non finire? Al tesoro dei Nibelunghi
presto si aggiunger il titolo di re del Niederland, alla
sua audacia e forza prodigiosa il fatto che, essendosi
bagnato nel sangue del drago da lui ucciso, la sua pelle
 diventata dura come corno, nessuna spada riesce
a scalfirla. Pensate che cosa potrebbe fare se ci diventasse
nemico per motivi che non possiamo neppure
prevedere !
- Lo so, mio caro Haghen, voi stesso avete raccontato
alla nostra corte queste imprese giovanili di Sigfrido.
Ma egli mi  amico e sono pronto a giurare sulla
sua lealt. Che cosa temete? Se sapete qualcosa che
io non so ditemela, e giudicher con il mio buon senso.
- Pare che si sia vantato di essere pi potente di voi,
l'ha fatto con sua moglie, la quale ne ha menato vanto
con la regina Brunilde. Ne  sconvolta e piange giorno
e notte per l'umiliazione subita e l'offesa lanciata
in presenza di tutto il suo seguito.
- Non posso credere che il leale eroe abbia fatto
questo. Ad ogni modo chiarir con lui questa faccenda
e sono sicuro che l'equivoco sar dissolto. Perch
non pu essere altro che un banale fraintendimento.
- Signore, posso pregarvi di non farlo? Sigfrido ha dimostrato
di essere astuto e scaltro quando vi ha consigliato
di non attendere l'aggressione dei Sassoni e Danesi,
ma di precederli assalendoli nel loro regno. Non
sottovalutate questo aspetto della sua persona. Potrebbe
convincervi che sono false accuse quelle che la regina
gli muove. Vi chiedo di lasciare nelle mie mani il compito
di appurare la verit su questo increscioso episodio.
Gunther accett con scarsa convinzione la proposta
di Haghen:
- Se ci tenete tanto fate pure, ma non agite senza
chiedermi il consenso.
- Non dubitate, non far nulla senza averne prima
parlato con voi. Lo giuro con questa mia mano che vi
ha sempre servito fedelmente.
Cos dicendo porgeva la mano al re che la strinse
senza entusiasmo, poco convinto dalle parole del suo
vassallo. In realt Gunther in fondo all'animo celava
il timore che Sigfrido nell'intimit rivelasse a Crimilde
di essere stato lui a vincere la riottosit di Brunilde,
nella seconda notte di nozze. Invece Sigfrido aveva solo
commesso l'imprudenza di regalare a sua moglie il
cinto virginale della regina. Questo tarlo per rodeva
il cuore di Gunther.
Intanto Haghen tesseva la sua trama contro Sigfrido,
facendo presente al re l'immenso potere che l'eroe
avrebbe raggiunto succedendo al padre, cui si aggiungeva
il dominio sui guerrieri nibelunghi vinti dalla sua
mano. Ora erano suoi guerrieri:
- Avete visto quanti ne ha portati con s qui alla festa
di corte? Mille e forse pi, per dimostrarvi la sua
potenza e quanto sarebbe difficile per voi difendervi
in caso di guerra.
- Non  possibile che ci sia una guerra tra Burgundi
e il regno del Niederland. Siamo popoli amici, congiunti
ora anche dal vincolo di parentela con il matrimonio
tra Sigfrido e mia sorella.
- Ma proprio da lei sono state pronunciate le parole
ingiuriose che hanno umiliato la nobile sposa, la regina
Brunilde. Aggiungete il potere dell'oro, l'immenso
tesoro che l'eroe tolse ai Nibelunghi.
- Amico Haghen, vi ricordo che voi stesso mi avete
consigliato di fare amicizia con Sigfrido. Sinceramente
ora non capisco perch volete fare di lui un nemico.
- Non un nemico, signore, ma un pericolo. Se Sigfrido
non esistesse, nessuno al mondo sarebbe pi potente
di voi. Soprattutto se vostro diventasse il tesoro
dei Nibelunghi, che trenta carri trasportano a fatica.
Gli argomenti di Haghen tolsero il sonno al re. Le
lacrime di Brunilde compirono l'opera. La trov piangente
una notte nel suo letto. Le chiese la causa del
suo dolore ed ella narr la contesa con la cognata e l'umiliazione
subita di fronte al suo seguito, tacendo per
del cinto virginale gettatole ai piedi da Crimilde e dell'accusa
che le aveva rivolta.
- Ha voluto dimostrare a me e al mio seguito che 
pi potente di me, mi ha offesa nel mio onore ed  entrata
nella cattedrale con le sue donne passandomi davanti.
Come potete sopportare che la vostra sposa sia
trattata cos?
- Io non sapevo nulla di questa gara di superbia. Ne
odo parlare per la prima volta. Ma ditemi, come  nata
tale disputa fra voi? Tra due regine?
Cos disse Gunther. Brunilde rispose:
- Solo perch guardandovi torneare da una finestra
del castello ho lodato la vostra forza e audacia. Lei ha
ribattuto che Sigfrido  pi forte e audace di voi,  l'eroe
pi potente della terra.
- Sono chiacchiere di giovani spose innamorate.
Non posso credere che il mio amico si sia vantato di
essere pi potente di me.
- Chiedete a Haghen: l'ha udito con le sue orecchie
affermare che in caso di guerra nessuno potrebbe competere
con lui. Egli lo conosce meglio di voi.
Brunilde mentiva sapendo di mentire, ma cos parlava
per seminare odio tra i due re e provocare, se riusciva,
la morte di Sigfrido. Tanto poteva in lei la gelosia
verso la cognata, che volle privarla dell'oggetto
del suo amore.
Nello stesso tempo Haghen, stando al gioco della
sua regina, cercava di penetrare nella confidenza di
Crimilde. Si faceva annunciare alle sue stanze e le chiedeva
vedendola triste:
- Qualcosa vi preoccupa, mia bella signora? Quale
pensiero molesto offusca gli splendidi colori del vostro
viso? Forse la lontananza del piccolo figlio?
- Certo, - rispondeva Crimilde, - il mio figlioletto
mi manca. Ma lo so in buone mani, quelle della sua
nonna, la regina Siglinde, la madre del mio adorato
Sigfrido. Mi fa paura l'odio di Brunilde. So di averla
ingiuriata di fronte al suo seguito, ed ora temo la sua
vendetta.
Rispose Haghen con false parole:
- State di buon animo. Parler io al re Gunther e
cercher di smorzare la collera. In particolare il risentimento
della mia regina Brunilde.
- Vi ringrazio, - rispose Crimilde sollecita senza accorgersi
dell'inganno in cui la faceva cadere il perfido
vassallo. - Non sar felice se non quando ci saremo riconciliate.
Mio fratello Gunther certamente gi sa delle
mie stupide parole. Ditegli di perdonarmi e dimenticare
la mia stoltezza.
Cos diceva l'ingenua, conquistata da quelle falsit.
E non sapeva che preparava la morte di Sigfrido e la
sua stessa rovina.

 Capitolo 16.
L'inganno di Haghen.

L'astuto vassallo continu a circuire l'ingenua Crimilde
e l'altrettanto ingenuo re Gunther. La donna
con assillanti profferte di fedelt, l'uomo con inesistenti
minacce da parte di Sigfrido.
- Sigfrido, - gli diceva, -  l'unico re che vi pu dare
ombra. Se scomparisse non vi sarebbe nessuno al
mondo che potrebbe misurarsi con voi. E non sottovalutate
il suo immenso tesoro... Pensate quanti guerrieri
e vassalli potrebbe con quello assoldare contro di
voi, mio signore.
Questo continuava a ripetere, e Gunther obiettava:
- Perch dovrebbero entrare in conflitto i nostri
due popoli? Perch dovrei vedere in Sigfrido un possibile
nemico? Mi  stato sempre fedele, e non dimenticate
l'aiuto che ci ha dato contro Sassoni e Danesi.
- Mio signore, chi pu conoscere fino in fondo il
cuore degli uomini? Se qualcosa sfuggisse, anche involontariamente,
dalla bocca di qualche persona malevola?
Cos parlava Haghen pur nulla indovinando di ci
che Gunther pi temeva, le confidenze che lo sposo
innamorato avrebbe potuto fare alla sua sposa a proposito
della lotta nel talamo di Brunilde nella seconda
notte di nozze. Questo era il tarlo segreto che rodeva
l'animo del re e lo rendeva accessibile alle insinuazioni
del perfido consigliere. Un giorno il re si lasci sfuggire
una frase che si rivel poi pericolosa:
- Inoltre voi sapete quanto sia difficile colpire Sigfrido,
che ha la pelle dura come corno per essersi bagnato
nel sangue del drago da lui ucciso. Voi stesso lo
avete narrato quando comparve a corte per la prima
volta. Come si potrebbe ucciderlo?
- Signore, - rispose il potente vassallo, - anche il
grande eroe Achille era invulnerabile, ricordate? Ma
c' spesso, forse sempre, un punto del corpo in cui pu
essere colpito. In Achille era una parte del piede dove
l'acqua del fiume divino non tocc la pelle perch la
madre per il tallone teneva il fanciullo. E l fu colpito
e ne mor. Chi pu dire che anche in Sigfrido non ci
sia un punto vulnerabile?
- E come pensate di scoprirlo? - chiese Gunther.
- Sigfrido era solo quando si bagn nel sangue del drago.
- Lasciate fare a me. Intanto spargete la voce che
sono giunti messaggeri segreti dai Sassoni, nostri confinanti.
Pare che preparino un esercito immenso e si
siano nuovamente alleati con i Danesi per aggredire
proditoriamente il vostro regno. Diffonder questa voce
per tutta la corte finch giunga alle orecchie di Sigfrido.
Nella sua generosit vorr esservi alleato nella
nuova guerra. Fingeremo una battaglia e in quell'occasione
troveremo il modo di ucciderlo.
Il re accett a malincuore il consiglio di Haghen:
- Fate come volete. Se il re del Niederland rappresenta
un pericolo per noi  giusto che muoia. Anche
se questo mi dispiace molto. L'ho sempre amato come
un fratello.
Il progetto di Haghen fu messo in opera. La falsa
voce dell'aggressione di Sassoni e Danesi si sparse per
tutta la corte. Sigfrido offr subito il suo aiuto e Crimilde
ne fu angosciata. Il perfido vassallo colse il pretesto
del commiato dalla regina per chiedere udienza
a Crimilde. Sedeva in lacrime la bella, preoccupata per
la vita del suo amato. Ma a questo si aggiungeva il rimorso
dell'offesa arrecata a Brunilde, dalla quale temeva
una feroce vendetta.
- Perch piangete, signora? - chiese Haghen con
voce melata.
- Sono in ansia per la vita del mio sposo. Troppo
grande  la sua audacia, il suo impeto in battaglia pu
costargli la vita.
- Ma voi sapete che  invulnerabile in tutto il corpo.
Acquist tale dono bagnandosi nel sangue del drago
da lui ucciso. Nessuna arma pu scalfire la sua pelle
dura come corno. Io stesso ho raccontato questa sua
impresa alla corte riunita quando si present con dodici
compagni. Indenne pu affrontare qualsiasi battaglia.
- Lo so, caro amico Haghen. Ma la sua invulnerabilit
non  completa, come voi dite e tutti credono.
Quando si bagn nel sangue del drago cadde una foglia
da un grande tiglio e gli si pos sulla schiena. In
quel piccolo punto il sangue non tocc la pelle e li pu
essere colpito e morirne.
Questo rivel al serpente velenoso che credeva amico,
e con le sue parole spense la vita di colui che voleva
salvare. Lo fece per amore e ne caus la morte.
- Non lo sapevo, - ammise il traditore. - Ma nella
mischia porter la corazza che coprir la parte vulnerabile.
Io stesso lo riparer con il mio corpo e il mio
scudo, per tutto il tempo della battaglia. Anzi, affinch
io sappia con precisione in che punto devo coprirlo,
ricamate una croce con filo d'oro sulla sua giubba
e scacciate dalla mente ogni timore. Io lo protegger
a costo della mia vita stessa.
- Vi ringrazio del vostro consiglio. Vi prometto che
lo seguir fedelmente. Voi mi avete tolto un grosso peso
dal cuore.
Questo disse Crimilde e porse la mano al traditore.
Non sapeva l'ingenua che con quel gesto firmava la
morte del suo amatissimo sposo. Ricam la croce sul
punto preciso che solo lei conosceva.

 Capitolo 17.
Uccisione di Sigfrido.

Haghen si present al suo re con viso trionfante:
- Signore, - disse, - possiamo cambiare programma.
Conosco il punto in cui Sigfrido  vulnerabile. Crimilde
stessa me l'ha indicato e ha promesso dietro mia
richiesta di ricamare una croce in oro sulla sua giubba.
Senza corazza la croce sar pi visibile, quindi lasciamo
cadere la voce di un attacco di nemici e organizziamo
una caccia. La croce sulla sua giubba sar pi
visibile e l io lo colpir a morte. Se voi consentite, si
intende.
Gunther acconsent ma scuro in viso. Non gli piaceva
la proposta di uccidere Sigfrido che gli era sempre
stato fedele. Si disse d'accordo solo per quel tarlo
che lo rodeva, il timore che Crimilde venisse a sapere
che era stato l'eroe del Niederland a sottomettere Brunilde
nella seconda notte di nozze, e si fosse giaciuto
con lei. Solo per questo acconsent che l'eroe venisse
ucciso a tradimento da Haghen.
Fu indetta una caccia su un'isola del Reno disabitata
e ricca di selvaggina, lontano dagli sguardi della corte
e dove le donne non erano invitate neppure ad assistere.
Partirono festosi i giovani principi burgundi
con i loro vassalli, partirono Ghernot e Ghiselher,
part Gunther col cuore pesante come piombo, part
Sigfrido che non sapeva di andare incontro alla morte.
Aveva preso commiato dalla dolce sposa in lacrime:
- Perch piangete, amore mio? La caccia  un gran
divertimento e non si rischia nulla, siamo tutti amici,
nessuno mi odia.
- Lo so mio dolce sposo, ma un triste presentimento
mi opprime il cuore e non riesco a liberarmene. Brunilde
mi  nemica perch l'ho offesa dicendo che tu sei
l'eroe pi grande del mondo, mentre lei sosteneva che
nessuno  pi potente di suo marito Gunther...
- Chiacchiere di donne, e nessuna donna  ammessa
sull'isola dove avr luogo la caccia. Voi per misurate
le parole con Brunilde che  molto vendicativa.
Quando le sar passata l'ira scusatevi con lei e
rappacificatevi. Ma state di buon animo, saremo di ritorno
tra pochi giorni tutti lieti del successo della caccia. Vi
prometto che sar io il re di questa battuta.
Cos parl Sigfrido prendendo commiato dall'amata
sposa senza sapere nulla della trama tessuta contro
di lui.
Haghen si occup dei cibi da portare sull'isola scegliendo
cose succulente e cuochi di grande esperienza;
voleva che tutti fossero contenti del suo servizio, e nessuno
si lamentasse del trattamento. Giunsero sull'isola
all'alba e subito i cacciatori si sparsero nella selva
per uccidere le prede pi ambite ed essere giudicati
vincitori della gara. Quando si riunirono al pomeriggio
mostrarono ciascuno il proprio carniere, con le vittime
dei loro archi ed aste, ma la gara non si poteva
dire conclusa perch mancava Sigfrido.
Giunse per ultimo con molte prede grandi e pericolose,
portando con s legato alla sella un enorme orso
vivo. Lo liber appena giunto e l'animale cercando di
fuggire spaventato rovesci spiedi e pentole tra le risa
dei cacciatori. Poi Sigfrido lo lasci andare nella foresta
libero e senza alcuna ferita: lo aveva domato con
la sua sola forza prodigiosa.
Ristabilita la calma tutti sedettero a banchetto e saziarono
la fame con i cibi approntati da Haghen. Pranzarono
lietamente nominando re della caccia il prode
Sigfrido, il quale ad un tratto esclam:
- Nobile Haghen, vi ringrazio dei cibi che ci avete
fornito, ma ora versateci del vino perch siamo tutti
assetati.
L'interpellato si batt una mano sulla fronte:
- Chiedo scusa a voi e agli altri signori. Del vino mi
sono proprio scordato.  una colpa grave e vi prego di
perdonarmi.
- E come sazieremo la sete che le vostre squisite pietanze
hanno destato nella bocca e nello stomaco?
- Non lontano di qui c' una freschissima sorgente.
Coroniamo la caccia con una gara di corsa. Ho sempre
sentito dire che il sire Sigfrido  imbattibile nella
velocit. Non vi dispiacerebbe darcene una prova?
- Accetto la sfida, - rispose l'eroe, - e vi dar anche
un vantaggio: correr con le mie armi, appesantito
da spada e asta. Voi tutti mi seguirete pi leggeri
perch disarmati.
Partirono veloci come cerbiatti i giovani cavalieri
alla volta della sorgente. Ma tosto Sigfrido, pur carico
delle sue armi, spar alla vista. Giunse primo alla
fonte e, bench ardesse di sete, non si chin a bere prima
che giungesse il re dei Burgundi. Per la sua gran
cortesia volle che bevesse prima il re. Appese le armi
al ramo di un tiglio e attese.
Giunsero insieme Gunther e Haghen, anch'essi assetati
per il pranzo e la corsa. Il re ringrazi Sigfrido e
si chin a bere. Poi tocc a Sigfrido curvarsi sulla limpida
fonte. Mentre era chino a dissetarsi Haghen stacc
dal ramo del tiglio la spada dell'eroe e mir alla croce
d'oro ricamata dalla mano della sposa. Gunther guardava
in silenzio. Colp con tanta violenza che la punta
della spada travers la schiena e usc dal petto di
Sigfrido.
Giacque tra i fiori il bel figlio di Siglinde e i fiori di
maggio si arrossarono del suo sangue. E cos parl il
morente:
- Perch mi avete ucciso? Vi sono sempre stato fedele.
Perch mi avete ucciso?
Nessuno rispose alla sua domanda e la vita abbandon
l'eroe.
Quando giunsero gli altri e videro Sigfrido disteso
tra l'erba nel suo sangue chiesero che cosa fosse accaduto.
Rispose Gunther:
- Non sappiamo chi l'abbia ucciso. Cos l'abbiamo
trovato al nostro arrivo.
Ma Haghen lo sment:
- Io l'ho ucciso e ne sono fiero. Tramava contro il
nostro re, per questo l'ho colpito a morte con la sua
spada. Ora Balmung  mia.
Non sappiamo quanti credettero alla sua accusa. Ma
nessuno disse niente. Il ritorno fu molto triste. Per
completare la sua opera di crudelt Haghen fece portare
il corpo di Sigfrido davanti alla soglia delle stanze
di Crimilde.

 Capitolo 18.
Lo strazio di Crimilde.

Il mattino seguente Crimilde si dest da un sonno
turbato e tormentato. Fu vestita e abbigliata per andare
in cattedrale perch era giorno di festa. Le ancelle
la adornarono con perle e oro, ma il suo volto era
pallido e triste. Non sappiamo se il cuore presentisse
la sventura che incombeva. Una delle sue donne che
veniva da fuori vide il corpo insanguinato sulla soglia
della regina ed entr gridando:
- Signora, fermatevi! Giace un guerriero sconosciuto
fuori della porta. Non so chi sia ma evitate una vista
che vi pu turbare! E tutto immerso nel suo sangue!
Impallid ancor pi il gi pallido volto della regina:
-  Sigfrido! Ne sono certa!
Si precipit fuori e riconobbe il corpo del dolce sposo.
Lo strinse tra le braccia e pianse lacrime di sangue
sul viso insanguinato. Quando non ebbe pi lacrime
sollev il capo e grid:
- Brunilde l'ha voluto e Haghen l'ha fatto! Hanno
voluto la morte di Sigfrido per odio verso di me! E
Gunther non si  opposto.
Il bellissimo volto della regina non conobbe pi il
sorriso. Tre giorni e tre notti pianse sul corpo del suo
amato, poi non pot pi opporsi alla sepoltura. Nel suo
animo non regnava altro pensiero che la vendetta.
Pregava in cattedrale tutte le mattine Dio che le concedesse
il mezzo di vendicare l'amore perduto.
Non volle pi vedere nessuno dei suoi fratelli, solo
Ute aveva accesso alle sue stanze e piangeva con lei ricordando
il sogno funesto delle due aquile che uccidevano
il suo falcone d'amore. Non volle tornare nel Niederland,
fece portare il tesoro di Sigfrido nel regno
burgundo con l'intento di usarlo per comprare guerrieri
che uccidessero Haghen e Gunther. Ma Haghen
cos parl al re:
- Mio signore, voi avete capito perch Crimilde ha
fatto portare qui i trenta carri del tesoro di Sigfrido?
E perch non ha voluto tornare nel Niederland?
- Come ricordo del suo sposo, - disse Gunther.
- Perdonate se vi contraddico, - ribatt l'altro. - Se
fosse come voi dite sarebbe tornata nella terra dove 
rimasto suo figlio. Quale ricordo pi caro dello sposo
morto che un figlio vivo? Quell'oro  lo strumento per
comprare guerrieri prezzolati che uccidano voi e me, compiendo
in tal modo la sua vendetta su di noi.
- Non posso credere che la mia dolce sorella sia diventata
una furia vendicatrice.
- Voi non conoscete l'animo delle donne, signore.
Esso  accessibile tanto all'amore pi appassionato
quanto all'odio pi sfrenato. Togliamo alla vedova inconsolabile
il suo tesoro e saremo al sicuro. Le sottrarremo
lo strumento della sua vendetta.
- Volete aggiungere quest'offesa al male che le avete
fatto? Non vi basta averle ucciso il marito e tolto
con lui il titolo di regina? Volete portarle via anche
l'ultimo dono di Sigfrido? Non abbiamo abbastanza
oro e guerrieri per difenderci?
Insistette Haghen:
- Signore, non  l'oro di Crimilde che io temo, 
l'uso che sono certo voglia farne. Lo userebbe contro
di noi. Perch, altrimenti, non  tornata nel Niederland,
dove avrebbe potuto piangere il suo eroe insieme
ai suoceri che l'amano come una figlia?
- Allora che cosa proponete di fare? - chiese Gunther
con viso cupo.
- Portiamo via il tesoro dal luogo in cui  nascosto,
facciamolo trasportare sulle rive del Reno in un luogo
segreto che terremo a mente solo voi ed io, e affondiamolo
nelle acque del fiume. L sar nostro per sempre.
E lei non potr usarlo contro di noi.
Cos fu fatto. Trenta carri tirati ciascuno da due
buoi furono necessari per portare l'oro di Sigfrido sulle
rive del Reno. Tanto grande era il suo peso! Lo fecero
trainare in un punto del fiume noto solo a loro e
l lo fecero sommergere in acqua profonda. Poi Haghen
uccise quelli che avevano guidato i carri e gettato
il tesoro nel fiume affinch non tradissero il luogo
segreto.
L'acqua profonda si richiuse sull'oro che solo al tramonto
talvolta riluce.

 Capitolo 19.
Ira e vendetta di Crimilde.

Arse di dolore e ira il cuore di Crimilde quando venne
a sapere del furto operato da Gunther e Haghen:
- Tutto mi hanno tolto i miei nemici maledetti ! Lo
sposo amatissimo, il titolo di regina e ora anche il tesoro
che aveva conquistato il braccio del mio Sigfrido.
Mi hanno ridotta allo stato di una povera vedova indifesa!
Ed ero una regina felice...
Invano tentava di consolarla Ute con il suo affetto
materno: nel cuore di Crimilde non albergava che odio
e brama di vendetta. La sua mente era rivolta solo al
modo di possedere oro per comprare guerrieri contro
i suoi odiati nemici. Di tutti i principi che, spinti dalla
sua fama di bellezza e sventura chiedevano la sua
mano, si informava della ricchezza e potenza. E tutti
li respingeva perch non possedevano oro sufficiente
alla sua vendetta.
Ma un giorno giunsero i messi di un lontano regno
d'Oriente, di cui si favoleggiava che fosse il pi ricco
del mondo. Era situato sul basso corso del Danubio ed
era retto da un signore tra i pi potenti, Attila, il re
degli Unni. Come voleva l'uso di corte i messi parlarono
prima con i fratelli di Crimilde. I quali, udita la
richiesta, si consultarono tra di loro. Ghiselher fu il
primo a prendere la parola:
- Dobbiamo un risarcimento a nostra sorella, - disse,
- concediamo ai messaggeri di recarsi da lei e che
sia lei a decidere.
Intervenne Haghen che sempre era presente quando
i re discutevano questioni del regno:
- Signori, ve lo sconsiglio con cuore sincero. Troppo
grande  il potere di Attila, troppo grande la sua
ricchezza. Certo Crimilde lo sedurr con la sua bellezza
e cortesia, e user oro e guerrieri contro di noi. Ancora
non  chiusa la ferita che le abbiamo inferta.
Rispose Ghiselher:
- Voi avete di che temere, voi che insieme a mio
fratello Gunther le avete ucciso Sigfrido e rubato il
suo tesoro. Voi avete offeso mortalmente Crimilde e
avete motivo di temere la sua vendetta. Io non la temo.
E a mio fratello dico che  giusto concedere alla
sorella qualche ristoro. Cercare di consolare il suo dolore.
Dopo aver a lungo ponderato cos parl Gunther:
- Mio fratello ha ragione. Le dobbiamo un risarcimento.
Voi, Haghen, troppo odio nutrite verso mia
sorella. Lasciamo che parli con i messi di Attila e sia
lei a decidere.
Cos fu fatto. Gli inviati del re degli Unni si recarono
a colloquio nelle stanze di Crimilde:
- Il nostro re, signore di tutto l'Oriente, dei fiumi
e dei monti, delle terre e dei mari che stanno lungo il
basso Danubio, il potente re Attila, colpito dalla fama
del vostro grande valore vi offre per tramite nostro la
sua mano, e ci ha mandati a chiedere la vostra. Vi giura
che diventerete regina di un grande regno e metter
ai vostri piedi tutte le sue immense ricchezze.
Crimilde ascolt in silenzio le parole dei messaggeri,
poi chiese tre giorni prima di dare la sua risposta.
Rifer la richiesta del re Attila alla madre, che ne fu
rattristata.
- Figlia mia, - disse, - ho sentito parlare di quel re
e delle sue immense ricchezze, ma il suo regno  tanto
lontano che non ti rivedrei mai pi. Tuttavia se ti
pu consolare venire di nuovo amata da uno sposo cortese,
e Attila ha fama di essere un signore di gran cortesia,
ed essere reintegrata nel tuo ruolo e dignit di regina,
accetta la sua richiesta e parti per la sua terra.
Questo disse Ute, la vecchia regina. Crimilde non
fece cenno alla speranza di potersi servire delle ricchezze
del nuovo sposo per compiere la sua vendetta.
Ute forse cap, ma non ne fece parola. Dopo tre giorni
tornarono i messaggeri al cospetto di Crimilde per
avere la sua risposta.
- Gentili messi, - rispose Crimilde, - ci che mi
avete detto del vostro signore e io stessa ho udito dalla
fama che vola sulle ali del vento, mi ha convinta ad
accettare l'offerta del re Attila. Sar la vostra regina.
Fra tre settimane partir da questo regno sul Reno verso
quello sul Danubio. Riferite il mio consenso al vostro
re, con il mio giuramento di amarlo e onorarlo come
una sposa deve amare e onorare il suo sposo. Accetto
di buon cuore l'offerta di Attila.
I messaggeri ringraziarono e furono congedati con
ricchi doni. Alla corte burgunda si iniziarono i preparativi
per il viaggio di Crimilde. Portava con s i guerrieri
nibelunghi di Sigfrido affinch la proteggessero
nel lungo cammino. Furono allestite tende di cuoio per
le molte notti che la carovana avrebbe dovuto trascorrere
nel viaggio, ammucchiate pellicce per i gelidi monti
da superare per giungere alle foci del Danubio, preparati
cibi e forniti cuochi che cucinassero durante il
viaggio.
Crimilde ordin vesti preziose per s e le sue donne
in modo da giungere con onore al cospetto di Attila.
Anche per i guerrieri e i servi del seguito furono allestite
vesti acconce e armature di pregio. Crimilde
non voleva che il suo futuro sposo avesse l'impressione
che il regno burgundo apparisse povero in confronto
al regno degli Unni.

 Capitolo 20.
Il viaggio di Crimilde verso l'Oriente.

La salutarono in lacrime la madre e i fratelli, tranne
Gunther che ella non volle vedere. Piangendo le
dissero addio quelli che l'amavano e le augurarono
giorni felici. Anche Crimilde piangeva, perch lasciava
tutto ci che le era caro e si avviava verso un paese
lontano e sconosciuto. Part con grande e ricco seguito
di dame e cavalieri, su una portantina tirata da
due cavalli, foderata di pellicce, con la compagnia di
alcune donne del seguito, che cercavano di confortarla
nella sua immensa angoscia. Altre portantine seguivano,
pi modeste e tirate da due cavalli ciascuna, anch'essi
riccamente bardati. Molti carri portavano vettovaglie
e masserizie per il viaggio, che si calcolava
sarebbe durato almeno un mese.
Davanti e dietro le portantine venivano i cavalieri
nibelunghi, che Crimilde aveva voluto con s perch
ne conosceva la fedelt. Tutti erano sontuosamente
vestiti, portavano sopra le armature pellicce di zibellino
e preziose sete d'Arabia. Le bardature dei cavalli erano d'argento e cuoio riccamente lavorato, gli scudi
rilucevano di pietre preziose.
Dopo tredici giorni giunsero al Danubio e lo varcarono
a guado in un punto in cui il fondale era basso e
largo. Sull'altra sponda li attendevano i guerrieri di
Attila, mille e mille cavalieri che si unirono al corteo
di Crimilde su destrieri danzanti al suono di corni da
caccia. Arcieri lanciavano verso il cielo frecce luminose
ritti sui dorsi dei cavalli al galoppo. I Burgundi guardavano
stupiti: non avevano mai visto simili acrobazie,
n destrieri muoventi a suon di musica.
In una grande tenda di cuoio ricamata in oro e argento
purissimi, illuminata da centinaia di torce e grande
come una sala, apparve il re, che nella sua gran cortesia
aveva voluto andare incontro alla sposa. E quando
ella apparve l'aiut con le sue mani a scendere dalla
portantina sollevandola e abbracciandola.
Poi la condusse all'interno della tenda, ad un trono
di oro massiccio, le diede il benvenuto porgendole la
mano e inchinandosi davanti a lei, e la fece sedere su
quel trono. Dalle mani di un valletto prese da un cuscino
di raso rosso una corona d'oro tempestata di
gemme e la pose sul capo della sposa. Cos parl il re
degli Unni:
- Accettate, bellissima Crimilde, questa corona che
vi porgono le mani del vostro sposo. Accettatela con
il mio amore che gi ardeva di lontano e pi arde ora
al vostro cospetto.
Crimilde rispose con un sorriso. Se si era aspettata
di maritarsi con un re barbaro anche se ricco, come si
favoleggiava per il mondo, dovette ricredersi: Attila
non era barbaro come pass alla storia, ma un signore
di grande cortesia. Nessun re sarebbe mai andato ad
incontrare la sposa a met strada come aveva fatto lui,
ma l'avrebbe attesa nella sua reggia. Crimilde ne fu
piacevolmente stupita.
Dopo qualche giorno di riposo il corteo riprese il
viaggio verso il regno di Attila, con lunghe soste per
banchetti preziosi, giostre e tornei. Giunti nella citt
del re, nel cuore del regno degli Unni, sontuosamente
fu accolta la nuova regina con doni di gioielli mai visti,
manti e vesti di incomparabile pregio. Crimilde ne
fu contenta e am il nuovo sposo di vero amore, fece
un figlio con lui, e non lo trad mai. Anche se nella sua
mente era sempre il primo amore, Sigfrido, e il desiderio
di vendicarne l'uccisione sui suoi assassini. Solo
su di loro, e non con la strage che ne segu.
Amava sinceramente Attila, amava il bambino avuto
da lui, al quale era stato dato il nome di Ortlieb. Si
rallegrava della ricchezza che aveva ora a sua disposizione,
della devozione che popolo e guerrieri le dimostravano,
e della quale pensava di servirsi quando fosse
venuta l'ora della vendetta. Non poteva rinunciarvi,
non solo per l'odio che nutriva verso i suoi assassini,
ma anche per un debito d'amore verso Sigfrido.

 Capitolo 21.
La trama della vendetta.

Dopo la nascita del figlio raddoppi le dimostrazioni
di affetto verso lo sposo e di devozione per i suoi
parenti e amici. Attila da parte sua era sempre pi innamorato
di lei, vedeva con i suoi occhi e sentiva con
il suo cuore. In breve tempo Crimilde conquist la benevolenza
di tutti. E tutti la rispettavano e l'amavano.
Quando pens di aver raggiunto sufficiente potere
sull'animo del re e prestigio tra i sudditi, nell'intimit
del talamo rivolse ad Attila una suadente preghiera:
- Mio signore, ascoltate una richiesta che vi porgo
con tutto il cuore. Da pi di un anno, ormai, non vedo
i miei fratelli, i parenti e gli amici burgundi. Vorreste
fare in modo che vengano nel vostro regno ed io
possa riabbracciarli? Se accetteranno di venire vorrei
presentare loro il nostro piccolo figlio.
Rispose Attila:
- Volentieri vorrei accontentarvi, mia adorata regina,
per il grande amore che nutro per voi e la gioia delle
nostre nozze. Ma la terra burgunda  molto lontana.
Come potete convincere i re vostri fratelli e i loro
vassalli ad intraprendere il lungo viaggio lasciando indifeso
il loro regno per tanto tempo?
- Si potrebbe indire una festa di corte promettendo
ricchi doni, oro e gemme preziose, grande e festosa
accoglienza, intrattenimento con giostre e tornei,
perch vedano come  ben accasata la loro sorella e
quanto  ricco il vostro regno. La loro terra  sicura da
ogni aggressione, ben difesa da molti guerrieri che rimarrebbero
in patria, vassalli potenti e fidati.
- Voglio fare il possibile per accontentarvi. Oggi
stesso spedir messaggeri in terra burgunda con l'invito
a una grande festa di corte per il prossimo maggio.
Unir uno scritto di mio pugno e ricchi doni per
i vostri parenti.
Aggiunse Crimilde:
- Anch'io so scrivere e mander un biglietto con dimostrazioni
di affetto per i miei fratelli e mia madre,
che purtroppo non verr perch la tarda et non glieloconsente. Far capire che non serbo rancore per
l'uccisione di Sigfrido e sono felice della mia nuova vita
con voi.
Questo disse la regina, vero solo in parte. Infatti era
contenta di come veniva trattata nel regno di Attila,
ma non poteva consentire che gli assassini di Sigfrido
restassero impuniti. Non lo tollerava il suo concetto
di giustizia, che reclamava la morte di Gunther e Haghen,
di loro due soltanto.
Tosto partirono i messaggeri a briglia sciolta e in
breve tempo giunsero in terra burgunda. Furono subito
circondati dai parenti e amici di Crimilde per avere
informazioni della sua salute e di come viveva in un
regno tanto lontano. Gli stranieri porsero gli scritti del
re e della regina, che resero felici chi li lesse o li sent
leggere. Poi i messaggeri riferirono l'invito alla festa
di corte per il maggio seguente.
Molto si rallegrarono i re burgundi delle belle notizie
ricevute dall'Oriente, Ute partecip alla loro gioia,
in particolar modo per la nascita del piccolo Ortlieb.
Poi i re si riunirono a consiglio per deliberare sull'invito
alla festa di corte. Furono tutti d'accordo di accettarlo,
molti vassalli sarebbero rimasti per difendere
il regno burgundo. Era un periodo di pace e i Sassoni
ancora non avevano riparato i vuoti lasciati nelle
loro schiere dalla mano di Sigfrido.
Solo Haghen era presente al consiglio dei re; aveva
ascoltato in silenzio, poi prese la parola:
- Signori, non sono d'accordo. Crimilde non pu essere
sincera quando dice che non serba rancore per l'uccisione
di Sigfrido. Sono certo che ancora piange la sua
morte quando Attila non la vede. L'invito alla festa di
corte  un tranello per compiere la sua vendetta.
Si indignarono i re burgundi alle parole di Haghen:
- Pensate che anche il re Attila menta? Dunque non
solo non avete fiducia nella sincerit di mia sorella, ma
siete convinto che anche un re possa mentire?
Questa fu la reazione di Ghiselher al discorso di Haghen,
il quale aggiunse all'accusa:
- Attila pu anche essere sincero. Ma sappiamo tutti
quanto sia brava vostra sorella a sedurre un uomo
innamorato. Lei di sicuro non  sincera.
- Con queste parole rincarate l'espressione del vostro
odio verso Crimilde. Se avete tanta paura di una
donna, restatevene pure a casa a mangiare le succulente
carni cucinate dal cuoco di corte, il vostro amico
Rumold, e lasciateci partire senza la vostra compagnia.
Sono sicuro che io non ne soffrir. E altrettanto penso
dei miei fratelli.
Cos aveva parlato Ghiselher. Arse di sdegno a quelle
parole il fiero vassallo:
- Non permetto a nessuno di mettere in dubbio il
mio coraggio e la mia fedelt ai re burgundi. Il mio
cuore non conosce la paura. Partir con voi e vi sar
guida nel lungo viaggio. Vi chiedo solo che con noi
venga il mio fedele amico Volker, il suonatore di viola.
Mi terr compagnia con il suo archetto mentre veglier
sul vostro sonno quando saremo nel regno di Attila.
Tent di dissuaderli dal partire anche la vecchia madre
Ute:
- Restate, figli miei! Ho fatto un sogno pauroso questa
notte, e ne ho il cuore ancor pieno d'angoscia. Ho
sognato che tutti gli uccelli in questa terra erano morti.
Non ne conosco il significato certo, ma temo per la
vostra vita...
- Cara madre, - disse Ghiselher, - non partiamo
per una guerra ma per una festa di corte. Vogliamo rivedere
e riabbracciare nostra sorella e portarle doni.
Dice che  felice della sua nuova vita, non nutre risentimento
verso nessuno di noi, quindi state di buon animo!
Inoltre voi stessa dite che non conoscete il significato
preciso del sogno, e i sogni sono spesso semplice
espressione delle nostre paure. Nulla di male ci pu
accadere nel viaggio e nel soggiorno in terra unna.
Cos partirono per il lungo viaggio verso l'Oriente.

 Capitolo 22.
Verso il regno di Attila.

Sotto le ricche vesti di zibellino e sete d'Arabia portavano
tutti le armature di cuoio e lunghe spade di
bronzo. Haghen cingeva la spada di Sigfrido.
Nel loro cammino trovarono difficolt anche a causa
della stagione. Era infatti l'inizio della primavera e
alle piogge si univa lo scioglimento delle nevi dovuto
al calore del sole. Quando arrivarono al guado del Danubio
l'acqua era troppo alta e occorreva traghettarlo.
Ma il traghettatore si rifiut di prestare il suo servizio
perch il fiume in piena era troppo pericoloso.
Haghen lo uccise e prese il suo posto. Tutti rabbrividirono
pensando al mito di Caronte che traghettava le
anime nel regno dei morti.
Pi volte il pilota dovette ripetere il traghetto perch
molta era la folla di uomini e cavalli e servi e salmerie.
In uno di questi viaggi si ud distintamente il
canto delle sirene del Danubio:
- Andate, andate! Una bella festa vi ha preparato
la regina!
Chi aveva udito si domandava se volevano veramente
dire quello che avevano detto, o il contrario. Haghen
rivolse loro la parola:
- Belle donne del fiume, che le onde vi siano lievi!
Ditemi la verit. Sar fortunato il nostro viaggio?
- Potente guerriero, ascolta il tuo cuore. Sar fortunato
per chi torner, di pi non possiamo dire. Nessuno
pu giurare sul futuro!
E scomparvero sott'acqua nuotando veloci. Haghen
cap il senso di quelle parole arcane. Ma chiuse nel suo
cuore il presagio funesto.
Giunti al confine con il regno degli Unni incontrarono
un guerriero addormentato. Aveva il compito di
custodire il confine, ma il sonno l'aveva vinto. Accanto
a lui giacevano l'elmo e la spada abbandonati. Haghen
li prese e li nascose. Poi lo svegli e gli disse:
- Se vuoi riavere le tue armi rispondi alla mia domanda
e non mentire. Sar fortunato il nostro viaggio
o cadremo in un tranello? Torneremo alla nostra terra
burgunda o dovremo morire nel regno di Attila?
- Io non so nulla, ma odo la regina piangere notte e
giorno, in assenza del re, per la morte di Sigfrido. Non
ha certo dimenticato la sua uccisione a tradimento.
Questo rispose il guerriero e riebbe le sue armi. Nessuno
era presente a questo colloquio, e a nessuno Haghen
lo rivel, tranne al suo fido amico Volker, al quale
disse:
- Prode amico, funesto viaggio  il nostro. Sono certo
che la regina medita vendetta e vuole farci uccidere,
Gunther e me. Mi aiuterete a vegliare sul sonno
dei re burgundi?
- Fidatevi di me. Vi aiuter suonando la mia viola
affinch non vi addormentiate vinto dalla stanchezza.
E se saremo aggrediti user la spada come l'archetto.
- Vi ringrazio di cuore. Siete il solo a cui ho rivelato
la mia apprensione. Non voglio turbare la gioia dei
parenti della regina Crimilde, anche se sono certo che
trama contro di noi.
Haghen e Volker proseguirono il viaggio chiudendo
nel loro cuore il funesto presagio divenuto quasi
certezza, per non turbare inutilmente l'animo dei re
burgundi e degli altri guerrieri. A mano a mano che si
avvicinavano alla meta cresceva la gioia di tutti, tranne
dei due che sapevano di andare incontro alla morte.
Fecero una sosta nel castello di Rudigher von Bechlar,
un potente vassallo di Attila. Qui viveva con i suoi
guerrieri, la moglie e una bella figlia adolescente. Si
fermarono tre giorni per riposare e dormire, almeno i
principi e i pi potenti vassalli, in morbidi letti anzich
su pellicce stese sulla nuda terra sotto le tende di
cuoio. Dormirono tre notti protetti da mura possenti
oltre che dalle guardie del castello. Dopo la prima notte
fu imbandito il banchetto in onore degli ospiti.
Rudigher ordin che anche le donne vi prendessero
parte. E cos furono presentate agli ospiti burgundi
la moglie e la figlia, entrambe molto belle e riccamente
abbigliate. Ma la figlia aveva in pi il fascino
della giovinezza. Ghiselher ne fu colpito perch somigliava
a Crimilde, bionda e gentile come lei. Se ne invagh
subito e chiese a Gunther il permesso di rivolgerle
la parola. Lo ottenne e cos le parl:
- Leggiadra fanciulla, posso conversare un poco con
voi, se vostro padre lo permette?
Poich Rudigher concesse il suo permesso, cos le
parl:
- Sono il terzo e pi giovane dei re burgundi. Sono
stato colpito dalla vostra grazia e anche dal fatto che
siete bionda e dolce come la mia unica sorella, Crimilde,
la sposa del re che ci ha invitati alla festa di corte.
Posso farvi una domanda?
Dopo aver attentamente osservato il giovane principe
e averne valutato la bellezza e cortesia, la fanciulla
rispose:
- Vi prego, signore, fatemi pure le domande che volete.
Risponder volentieri.
Disse Ghiselher:
- Grazie di tutto cuore. Vorrei chiedervi se vostro
padre vi ha gi promessa a qualche signore, principe o
vassallo. Che cosa mi rispondete?
- No, che io sappia non sono impegnata con nessuno.
Ditemi, in cortesia, perch me lo chiedete?
- Perch se siete libera nei vostri sentimenti, se non
avete un innamorato, vorrei che mi permetteste di corteggiarvi.
La vostra leggiadra persona ha colpito il mio
cuore ed  la prima volta che ci accade.
- Anche voi mi piacete, - rispose la bella, - e vi consento
di passeggiare con me nel parco del castello quando
il banchetto sar terminato.
Cos accadde che, finito il convito, lei porse la mano
al giovane principe burgundo e insieme si avviarono
per un sentiero fiorito. Che cosa si dissero, di che
parlarono, nessuno lo sa n lo sapr mai. Forse le mani
dissero quello che le parole non potevano ancora dire.
 anche possibile che, al riparo di qualche cespuglio,
le labbra dei due giovani si sfiorassero in un timido
bacio.
Passati tre giorni, quando Rudigher stava per partire
con i suoi uomini insieme ai Burgundi per il regno
di Attila, Ghiselher, ottenuto il consenso di Gunther,
present la sua formale domanda di matrimonio al padre
e alla madre della fanciulla, che ne furono onorati
e felici. Sapevano infatti che il giovane sposo era
gi un re, e la loro figlia avrebbe cinto anche lei una
corona.
Le nozze furono fissate al ritorno dei Burgundi dalla
festa di corte, e i due promessi sposi si lasciarono
col cuore pieno di gioia per un radioso futuro. Qualche
lacrima solc il dolce viso della fanciulla a causa
dell'immediata separazione dall'amato, il quale si affrett
ad asciugarla con la sua mano e con un bacio non
pi timido n rubato. Subito si iniziarono i preparativi
per l'imminente cerimonia delle nozze e tutta la gente
del castello rimasta a casa si occup della lieta faccenda.
Il ritorno della schiera era previsto di li a una
settimana, perch tanto sarebbe durata la festa di corte
nel regno di Attila. Purtroppo le cose non andarono
com'era previsto. Non ci fu infatti nessun ritorno.

 Capitolo 23.
L'arrivo dei Burgundi nel regno di Attila.

Furono accolti gli ospiti con grande cortesia da Attila
e Crimilde in piedi nella sala del trono. Il re si inchin
di fronte agli stranieri, Crimilde baci i fratelli. Di fronte a Haghen distolse lo sguardo quando egli
si avvicin con gli altri vassalli. Aveva visto al suo fianco
Balmung, la spada di Sigfrido. Tutti si stupirono
del gesto della regina, tranne quelli che ne conoscevano
la causa. E sulle loro labbra si spense il sorriso.
Dopo alcuni giorni di riposo incominciarono i festeggiamenti
con giostre e tornei. Segu un sontuoso
banchetto, nel quale Attila e Crimilde sedevano al centro.
Ai loro lati stavano Ghiselher accanto alla sorella,
Gunther e Ghernot accanto ad Attila. Haghen e
Volker erano collocati lontano dal centro.
Crimilde conversava con grande confidenza con il
fratello prediletto, gli chiedeva notizie della madre Ute
e degli altri parenti rimasti in patria. Accanto a lui stava
il nobile Rudigher, e Ghiselher lo present alla sorella.
Descrisse la festosa accoglienza che il potente
vassallo aveva fatto agli ospiti burgundi durante la sosta
a Bechlar e annunci le prossime nozze con la figlia
del signore. Crimilde ne gio sinceramente e si congratul
con il padre della sposa.
Mentre i valletti servivano i signori pi potenti nella
tavola alta, altri servitori si occupavano dei vassalli
minori e dei guerrieri seduti ad una lunghissima tavola
pi bassa. Ma le vivande erano le stesse, squisite e
innaffiate da vini preziosi in grande abbondanza. Le
voci dei commensali riempivano la sala e tutti si abbandonavano
a conversari festosi. A lungo si protrasse
il lieto banchetto e nulla faceva prevedere un'imminente
tragedia.
Gunther e i suoi fratelli erano alloggiati in un'ala
del castello lontana dalle altre stanze e questo insospettiva
Haghen e Volker, i quali sostarono fuori della soglia
chiusa da una pesante tenda di cuoio per vegliare
sul sonno dei re. Bench appesantito dal cibo e dal vino,
Haghen chiese a Volker di tenerlo sveglio con il
suono della sua viola.
E Volker suon cantando gesta eroiche di guerra,
prodigi di forza e coraggio, ma anche dolci canzoni d'amore
appena sussurrate nel silenzio profondo della
notte. In questa pausa di note solo accennate i due custodi
del sonno dei re udirono rumore di armi e alla luce
di una torcia infissa nel muro scorsero ombre avvicinarsi
furtive. Subito snudarono le spade e si accinsero
a difendere se stessi e i re burgundi. Al suono delle
armi pronte alla lotta le ombre si dileguarono e il silenzio
torn intatto.
- Credo che fossero guerrieri unni comprati dall'oro
della regina per uccidere i re e noi con loro, - mormor
Haghen al compagno. - Se non siete stanco propongo
di continuare la veglia. Dormiremo domani di giorno.
- Sono d'accordo con voi, amico Haghen. Proseguiamo
la veglia, la mia mano non si stanca muovendo
l'archetto.
Il giorno seguente, quando dopo l'imbrunire fu allestito
il banchetto, i due guerrieri comparvero in gran
forma. Volker sedette al suo solito posto, Haghen invece
il pi possibile vicino alla regina. Ormai non aveva
dubbi che ella tramasse la vendetta per la morte di
Sigfrido e la festa di corte fosse un inganno per poterla
compiere.
Crimilde su richiesta del re fece portare nella sala
del banchetto il piccolo Ortlieb. Disse Attila rivolto a
Gunther con voce di preghiera:
- Questo  il nostro unico figlio. Quando sar un
po' cresciuto vorrei affidarlo a voi perch impari alla
corte burgunda coraggio e cortesia.
Gunther stava per rispondere che volentieri l'avrebbe
ospitato, quando improvvisamente balz in piedi
Haghen esclamando a gran voce:
- Dubito che il giovane principe potr vivere tanto
da giungere nel regno burgundo. Vedo in lui gi chiari
i segni della morte !
Cos dicendo estrasse la spada e mozz al bimbo la
testa, che rotol in grembo alla madre. E aggiunse al
misfatto atroci parole di scherno:
- Bevi, regina, il vino del tuo re!
Il silenzio causato dall'orrore fu breve. Unni e Burgundi
brandirono le armi e cominci la funesta battaglia
nella sala del convito. Tra rivoli di sangue cadevano
guerrieri dalle due parti mentre Rudigher trascinava
fuori della mischia Attila e Crimilde, illesi ma
mortalmente colpiti dal feroce gesto di Haghen.

 Capitolo 24.
Il massacro dei due popoli.

Infuri la battaglia tra Burgundi e Unni, e il sangue
scorse a rivoli nella sala del banchetto. Gunther e Haghen
facevano grandi vuoti nelle file degli Unni con le
loro spade micidiali, ma i vuoti venivano subito riempiti
da nuove schiere di guerrieri che penetravano nella
sala dall'esterno. Per questo motivo le sorti della
battaglia rimanevano a lungo incerte. Tuttavia i Burgundi
stavano per decimare gli avversari perch erano
pi forti e coraggiosi, e sapevano di difendere le loro
stesse vite. Ma quando apparve chiara la sorte degli
Unni Crimilde cos parl a Rudigher che con i suoi
uomini era rimasto fuori della sala:
- Vi scongiuro, nobile Rudigher, vendicate l'uccisione
del mio piccolo. Meritava forse di morire cos
per mano di Haghen? Che male poteva avergli fatto?
Ricordate anche i benefici che avete ricevuto dal vostro
re, feudi e castelli che Attila vi ha donato in cambio
della vostra fedelt!
Rispose il nobile vassallo:
- Avete ragione. Ma vi giuro che preferirei rendere
al mio re castelli e feudi, tutti i benefici ricevuti da
lui e andarmene ramingo per il mondo come un mendicante
qualsiasi piuttosto che venir meno al patto di
amicizia stretto con i vostri fratelli. Sono stati miei
ospiti nel viaggio verso il vostro regno. Come potrei
ora tradirli?
- Dunque nessuno avr piet del mio dolore e di
quello del vostro re? Vi rifiutate di vendicare le offese
che Haghen nella sua malvagit ci ha arrecato?
- Vi obbedisco, regina. E che Dio abbia piet della
mia anima !
Cos rispose Rudigher, si cinse delle sue armi ed entr
nella mischia con il cuore gonfio di dolore e piet.
Quando Ghiselher lo vide entrare nella sala della
battaglia tutto armato ebbe un moto di gioia:
- Vi ringrazio, caro padre, di venire in nostro aiuto,
vi ringrazio anche a nome dei miei fratelli per aver
onorato il legame di parentela che gi ci unisce !
Cos parl il giovane re al padre della sua futura sposa.
Ma il prode vassallo gli tolse ogni speranza:
- Ti inganni, figlio mio! Non con voi ma contro di
voi sono costretto a combattere. Me lo impone la regina
in nome del mio vassallaggio. Con il cuore gonfio
di amarezza incrocer la spada con voi Burgundi. Ma
contro di te, figlio mio, non combatter. Lo giuro su
questa spada che ora mi pesa come un macigno.
Con l'intervento di Rudigher mutarono le sorti della
battaglia perch era un forte e abile guerriero. La
sua mano apr grandi vuoti nelle file burgunde. Evit
di scontrarsi con il giovane Ghiselher, ma non pot
evitare Ghernot che cadde sotto la sua spada, n il prode
Volker il cui archetto tacque per sempre. Anche il
giovane Ghiselher cadde nel suo sangue, e morendo
cos parl:
- Caro padre, a nulla giov che voi mi evitaste. La
vostra bella figlia ora  vedova prima delle nozze.
Infine dei Burgundi rimasero vivi solo Gunther e
Haghen, stremati dalla fatica e dalle molte ferite. Circondati
da nuove schiere di Unni non poterono muoversi
n difendersi. Rudigher li leg entrambi e li consegn
alla regina dicendo:
- Vi consegno gli ultimi superstiti del vostro popolo.
Ora sono nelle vostre mani. Fatene quello che volete.
Ma se posso porgervi una preghiera, vi chiederei
di lasciare loro la vita.
Crimilde sorrise ma non rispose nulla.

 Capitolo 25.
Morte di Crimilde.

La regina fece portare i due prigionieri incatenati
in celle separate, poi si rec dove stava Gunther e cos
gli parl:
- Che cosa vi aveva fatto Sigfrido perch lo abbiate
abbandonato all'odio di Haghen? Vi aveva forse
tradito?
Rispose l'uomo incatenato:
- Non mi aveva ancora fatto niente, ma temevo che
tramasse contro di me con il suo oro.
- E voi l'avete lasciato uccidere senza muovere un dito
in sua difesa. Ora tocca a voi riscattare il suo sangue.
Fece chiamare una schiera di guerrieri unni e gli fece
tagliare la testa. Presala per i capelli la port dove
era rinchiuso Haghen. Gliela mostr e disse:
- Ecco la testa del vostro re, ucciso per colpa vostra,
per colpa della vostra malvagia lingua calunniatrice.
- Ho agito per il bene del regno burgundo, - rispose
il guerriero.
- Mentite. Avete agito per odio contro di me. Avete
ucciso Sigfrido e ne portate ancora la spada al fianco.
Voi non la meritate al fianco, la meritate nel vostro
petto.
Cos dicendo gli strapp la spada e con quella lo trafisse
con tutta la sua forza. Mor incatenato il feroce
guerriero.
Crimilde prese la spada, la pul dal sangue odioso di
Haghen usando la sua veste di prezioso broccato, poi
la baci e cos le parl:
- Balmung, spada amatissima del mio sposo amatissimo,
non era questa la fine che meritavi. Ti dar io
pi degna sepoltura in una guaina in cui potrai riposare
in pace per sempre.
La baci ancora una volta e si trafisse con la spada
di Sigfrido con tanta forza che si spacc il cuore e cadde
morta. Con l'ultimo fiato disse ancora:
- Addio Balmung, addio Sigfrido. Sono felice di
avervi vendicati entrambi con un sol colpo.
 
Postilla.

Forse  opportuno ricordare al lettore che le leggende di origine
arcaica hanno spesso pi di una versione. Per esempio la figura
di Crimilde compare nel mio racconto, e nella tradizione della
Germania meridionale accolta nel poema I Nibelunghi composto
all'inizio del XIII secolo in ambiente cortese, come vittima di oscure
trame alle quali infine soccombe. La principessa della vicenda
iniziata come una bella fiaba si trasforma in furia vendicatrice in
seguito all'uccisione di Sigfrido voluta da Brunilde. Si veda la mia
traduzione dall'originale dell'anonimo poema (prima edizione nei
Millenni Einaudi nel 1972, ristampata nei Tascabili nel
1995).
Nella tradizione nordica presente soprattutto nell'Edda in versi,
il rapporto Crimilde-Brunilde  capovolto. Brunilde compare
come vittima delle trame, non tanto della rivale che l si chiama
Gudrun, quanto della sua famiglia, che con arti magiche induce
Sigfrido a dimenticare la promessa sposa Brunilde affinch l'eroe
si unisca a Crimilde. Al centro della vicenda, vera tragedia
d'amore,  sempre l'uccisione di Sigfrido, che l si chiama
Sigurdh. A trafiggersi con la spada dell'eroe nella tradizione nordica
 Brunilde, che si uccide sulla pira preparata per il corpo dell'uomo
amato e sar unita a lui per sempre nella morte.
Nel testo dei Nibelunghi, fortemente cristianizzato, il suicidio
scompare perch considerato pi grave dell'omicidio, e Crimilde
viene uccisa, pur sempre con la spada di Sigfrido, ma da mano altrui.
Il personaggio di Brunilde dopo l'uccisione di Sigfrido scompare
dalla scena. Il suicidio di Crimilde  una libert che mi sono
presa io, perch mi pare pi consono al personaggio. Inoltre
ho voluto eliminare dal racconto quella mano altrui, che si collegherebbe
ad un personaggio storico, un guerriero del re Teodorico
capo degli Ostrogoti.
A questo punto mi par doveroso rendere conto della presenza
un po' ingombrante di Attila, altro personaggio storico che compare
nel testo nibelungico quale contemporaneo di Teodorico,
mentre un secolo circa li separa.  pur vero che il Teodorico, di
cui la storia ricorda molte imprese compiute dalla sua mano, come
la sconfitta e uccisione di Odoacre, la fondazione del regno
ostrogoto in Italia, il rapporto di amicizia con il patriziato romano
e in particolare con il filosofo Severino Boezio caduto poi in
disgrazia,  preceduto da altri personaggi con lo stesso nome, alcuni
dei quali furono contemporanei di Attila. Nel groviglio di
quei popoli che la nostra storia accomuna sotto il nome di barbari,
alcuni di stirpe germanica, come Vandali, Visigoti e Ostrogoti,
altri no, come gli Unni che sempre sono sudditi di Attila, si
sono certamente incontrati l'unico Attila e qualche Teodorico,
nome molto diffuso tra i capotrib nell'arianesimo bizantino per
le due radici greche accomunate nel nome che propone l'origine
divina del personaggio. Il nostro Teodorico  l'ultimo re di tale
nome, morto nel 527, mentre l'ultimo Attila riconosciuto dalla
storia sarebbe morto nel 453.
Non c' dubbio che le leggende epiche fanno un uso assai
disinvolto delle memorie storiche. Basti pensare che nel poema
I Nibelunghi cui si  gi accennato, Teodorico compare come vassallo
di Attila, e il colpo di spada che uccide Crimilde sar menato
da un guerriero di Teodorico di nome Ildebrando, noto nella
pi antica letteratura tedesca come protagonista di un bellissimo
frammento poetico intitolato Canto di Ildebrando (ma sia detto
tra parentesi che i titoli di poemi e canzoni medievali sono sempre
opera di letterati moderni perch gli originali sono tutti privi
di titolo).
Infine, tanto per completare il quadro di questa matassa inestricabile
intersecata da lumeggiature storiche, nella quale si rischia
di perdere la ragione, si pensi che la regina cattiva della fiaba
di Biancaneve si chiama Grimilde, chiaro richiamo al nome
Crimilde.
Mi  sembrato meglio tenere estraneo al mio racconto il colpo
di spada di Ildebrando e il personaggio di Teodorico, e terminarlo
con il suicidio di Crimilde, libert consentita anche al moderno
narratore.

 I TRE VOLTI DI ISOTTA.


Capitolo 1.
Isotta la Madre.

- Madre, - chiese Isotta la Bionda aprendo la pesante
tenda di cuoio che chiudeva la stanza in cui riposava
sua madre, - posso disturbarvi? Dicono i pescatori
che  giunta a riva una barca portata dalla sola
vela, nella quale giace un uomo molto malato. L'hanno
tirata sulla spiaggia. Pare che lo sconosciuto suonasse
dolcemente un'arpa...
- Perch non dici la verit, Isotta? Perch non dici
che mentre giocavi sulla riva del mare come d'abitudine,
hai udito quel suono e hai ordinato ai pescatori
di tirare in secca la barca?
- Scusate, madre mia, dimentico sempre che a voi
non si possono dire bugie. Ma ora vi prego, non indugiate,
perch l'ignoto suonatore sta morendo. Prendete
con voi i vostri filtri e seguitemi.
- Sono pronta. Conducimi da lui e cercher di salvarlo.
Tu sai per che il re tuo padre ha ordinato di
impedire l'approdo a sconosciuti, - si interruppe per
riprendere fiato, - e non correre cos, Isotta, non riesco
a tenere il tuo passo! Perch tanta fretta? E forse
un bel giovane quello straniero?
- E un giovane morente, madre mia, il viso ha gi
i colori della morte. Scusatemi se vi faccio correre, ma
non vorrei che arrivassimo troppo tardi... Ecco la barca,
i pescatori fanno segno che  ancora vivo.
117
 - Quindi siamo arrivate in tempo. Lasciami tirare
il fiato, figlia, e ricordati che non ho la tua et.
Isotta la Madre si chin a guardare nella barca e vide
che l'uomo respirava ancora. Senza dire nulla prese
dalla borsa che portava alla cintura una fiala e la insinu
tra le sue labbra avendo cura che qualche goccia
gli scendesse nella gola. Infatti l'uomo si riprese e apr
per un attimo gli occhi. Poi subito li richiuse, ma il loro
sguardo azzurro come il mare e il cielo le rivel il
motivo della fretta di sua figlia.
- Presto, Isotta, dobbiamo portarlo a casa nostra.
Il distillato di mirto di cui ha bevuto poche gocce non
lo sosterr a lungo e non possiamo muoverlo. Ordiniamo
ai pescatori di sollevare la barca e recarla a palazzo
con il corpo del morente, adagio e senza scosse.
Cos fu fatto e la barca super indenne la breve
distanza. La regina fece deporre il malato nelle sue
stanze e rimase sola con lui. L'arte, la profonda conoscenza
delle virt delle erbe e del loro uso ereditata
dalla madre e applicata con somma sapienza, lentamente
in tre giorni fecero tornare la vita nel corpo del morente.
Ma curandolo aveva scoperto la causa della malattia
che stava uccidendo lo straniero: una piccola ferita
ad una coscia, poco pi di un graffio, non certo pericolosa
n mortale. La regina la osservava perplessa
mentre il ferito dormiva per effetto di erbe calmanti.
Si chiedeva come fosse possibile che una lesione cos
insignificante facesse tanto danno da portare alla morte
un uomo giovane e robusto, se non fosse intervenuta
lei con i suoi filtri. E il fatto che essi lo avevano risanato
riportandolo in vita, che cosa poteva significare?
Lei sola conosceva la composizione di quel medicamento,
lei sola sapeva che era l'unico antidoto al veleno
che ella stessa preparava. Due filtri complementari,
uno letale, l'altro risanatore e capace di annullare
il veleno. Lei sola conosceva il potere di quei due
filtri: con quello mortifero aveva unto la lama della spada
di Morolt, il suo gigantesco fratello, vanto e baluardo
della potenza irlandese. Avrebbe dunque ridato la
vita all'uccisore di suo fratello? Al peggior nemico del
suo popolo e del regno d'Irlanda. Questo dubbio la paralizz.
Mentre lo guardava pensosa, il ferito apr gli occhi
e la Madre rivide in essi il colore del cielo e del mare;
l'azzurro dei suoi stessi occhi e di quelli di sua figlia
Isotta la Bionda. Che proprio in quel momento chiedeva
il permesso di entrare per aver notizie dello straniero.
E lo vide. I loro sguardi si incontrarono e ognuno
scorse se stesso nel volto dell'altro.
Isotta la Madre cap che tra lo sconosciuto e sua figlia
era scoccata la scintilla dell'amore e ne fu profondamente
turbata. Sapeva nella sua saggezza che contro
il destino non si poteva combattere. D'altra parte,
rifletteva, chi ha detto che l'uccisore di Morolt sia stato
ferito? Tutti l'avevano visto scendere dalla barca
senza bisogno di aiuto. Inoltre non era possibile che
l'uccisore di Morolt fosse un uomo cos giovane, poco
pi che un ragazzo, e cos delicato.

 Capitolo 2.
Il gigante Morolt.

Era l'unico fratello della regina Isotta, un guerriero
grandissimo e di forza insuperata, il maggior vanto
del regno d'Irlanda, baluardo contro i nemici, temuto
dagli avversari per la sua aggressivit fatta non solo di
coraggio ma anche di astuzia nell'uso delle armi.
In un tempo lontano s'erano scontrati in guerra il
regno d'Irlanda e quello di Cornovaglia di cui era re
Marke, privo di discendenza non essendo mai stato
sposato. Non avendo figli allevava a corte il piccolo nipote
Tristano, cos chiamato perch nato gi orfano:
il padre, re del lontano regno di Parmenia, era perito
in battaglia pochi giorni prima della sua nascita, e la
madre, sorella di re Marke, era morta dandogli la luce.
Marke aveva amato il nipote fin dalla sua nascita,
ed essendo Tristano orfano di entrambi i genitori il
vecchio zio lo teneva quasi in conto di figlio proprio,
come d'altronde veniva considerato all'epoca il figlio
di una sorella. Per giunta Tristano fin da fanciullo aveva
dimostrato grande gentilezza d'animo, capacit di
apprendere tutte le arti, dalla matematica alla danza,
dall'uso delle armi alla musica, nella quale eccelleva in
modo sorprendente. Aveva tutte le virt di un principe
cui si aggiungevano la bellezza e l'eleganza nel muoversi
e nel duellare.
Quando si accese la guerra tra Cornovaglia e Irlanda
al tempo della prima fanciullezza di Tristano, guerra
che segn la disfatta per i sudditi di re Marke e la
vittoria schiacciante degli Irlandesi per merito del gigante
Morolt, per salvare il regno di Cornovaglia fu
accettato un tributo umiliante e crudele: ogni quattro
anni i signori della Cornovaglia dovevano consegnare
agli Irlandesi dodici giovinetti e dodici giovinette in
qualit di ostaggi. Ogni quattro anni si presentava Morolt
in persona a riscuotere il tributo pattuito, e i padri
e le madri dei giovani pi belli e dotati del regno
dovevano portargli i figli di persona. Eseguivano quest'obbligo
piangendo perch sapevano che non li
avrebbero pi rivisti: sarebbero stati venduti a corti
straniere e lontane, n avrebbero potuto riscattarli perch
la destinazione degli ostaggi era sconosciuta. Erano
il prezzo della sottomissione della Cornovaglia all'Irlanda.
Si favoleggiava che il migliore acquirente fosse il papato
di Roma, potenza ricchissima, che mai avrebbe
restituito un ostaggio. Inoltre nessuno in Cornovaglia
a quei tempi sapeva dove si trovasse questa citt misteriosa.
E nessuno osava sfidare il feroce gigante irlandese
perch tutti sapevano che significava andare incontro
alla morte senza possibilit di liberare la Cornovaglia
dall'odioso tributo.
Ma un giorno accadde l'imprevisto. Il giovane e bellissimo
Tristano, appena uscito dalla pubert, venne a
sapere di questa disumana condizione a cui era soggetta
la Cornovaglia. E la scadenza era imminente. Chiese
udienza al re suo zio e cos gli parl:
- Carissimo zio, mio sovrano amatissimo,  mai possibile
che tra tutti i signori del regno non ci sia un padre
che osi sfidare Morolt e porre fine a questo tributo
oltraggioso?
- Figlio mio, - rispose Marke, - quando avrai visto
il gigante ti renderai conto del perch nessuno osa sfidarlo.
Non solo supera ogni dimensione umana, ma il
suo aspetto  terrificante. Tra non molto approder alle
nostre coste e lo vedrai con i tuoi occhi. Viene a riscuotere
il tributo di vite umane da noi accettato quando
siamo stati sconfitti dagli Irlandesi. Tutti sanno che
affrontarlo sarebbe un suicidio inutile. Per riscattare
il regno di Cornovaglia dal tributo occorrerebbe qualcuno
in grado di vincere e uccidere Morolt.
- Carissimo zio, voglio proprio vederlo con i miei
occhi. Voglio capire se veramente  cos terribile o se
la sua potenza in duello  accresciuta dalla fantasia che
lo rende leggendario.
- Non ti passa mica per la mente di opporti a Morolt
sfidandolo?- chiese Marke turbato da un improvviso
sospetto. - E alto il doppio di te e tre volte pi forte. Il
suo peso  tutto muscoli, ma pi di questo conta l'esperienza,
e lui ne ha molta, provata in infinite battaglie.
- Voglio vedere con i miei occhi, - rispose testardo
il nipote. E pi non disse.
Giunse infine il giorno dell'approdo del campione
irlandese con il suo seguito di guerrieri. Quando il veliero
apparve, fin da lontano si vide la sua statura sopravanzare
di una testa gli altri guerrieri. E tutti erano
eccezionalmente alti, perch discendevano dai Danesi
che avevano conquistato l'Irlanda, e i Danesi
erano fratelli dei terribili Vichinghi, tutti guerrieri di
grande fama.
Quando sbarcarono, Tristano pot vederli da vicino.
Vide i lunghi capelli biondi uscire dai possenti elmi,
il lampo degli occhi azzurri, belli e feroci, le lunghe
spade che pendevano dai loro fianchi. Questi caratteri
comuni a tutti apparivano esaltati e moltiplicati
nella figura di Morolt. Confuso nella folla dei vinti,
Tristano osserv attentamente i vincitori. Paragon il
guerriero gigante con se stesso, fu costretto ad ammettere
che il confronto risultava a favore di quello che
gi considerava il suo avversario, il feroce Morolt.
- Ma io, - disse tra s, - sono dalla parte della ragione,
perch difendo la vita contro la morte. Morolt
 in torto, quindi nel duello io ho un alleato in pi.
E decise che si sarebbe opposto alla concessione
del tributo. Non ne parl con il re suo zio, sicuro che
avrebbe trovato mille argomenti per dissuaderlo dalla
sua decisione e distoglierlo dall'impegno preso con
se stesso. Non disse nulla a nessuno, e quando in presenza
della corte riunita i padri in lacrime si apprestavano
a consegnare i loro figli e figlie scelti per il sacrificio,
si fece avanti con la mano destra alzata e proclam:
- Si sospenda il pagamento dell'inumano tributo.
Io sfido a singolar tenzone il grande Morolt.
Mentre gli Irlandesi accoglievano le parole di Tristano
con risate e lazzi alla vista dell'esile corporatura
dello sfidante e della sua giovane et che denunciava
inesperienza e scarso uso delle armi, padri e madri
di Cornovaglia mormoravano che se si doveva sfidare
Morolt sarebbe stato meglio scegliere un guerriero di
maggior possanza fisica e provato coraggio. Ma di essi
nessuno si era prestato come sfidante.
Re Marke, con le lacrime agli occhi, cerc di distogliere
il nipote dal folle proposito, usando tutti gli argomenti
a sua disposizione.
- L'hai visto bene il tuo avversario? - gli diceva.
- Quand'anche non fosse alto il doppio di te e tre volte
pi forte, dalla sua parte gioca la lunga pratica delle
armi, l'astuzia dell'animo perverso, lo scarso rispetto
delle regole del duello. Se ti batti con lui, sarai certamente
ucciso e la Cornovaglia dovr pagare il tributo
pattuito per la sopravvivenza del regno. E non pensi
al mio dolore e al lutto in cui cadr tutto il paese?
Questo diceva piangendo il re al nipote. Tristano
rispose:
- Mio amatissimo re, risparmiate lacrime e suppliche.
Ho deciso di tentare la sorte e provare il mio coraggio.
So che alla gigantesca mole del mio avversario
si aggiunge l'esperienza nell'uso delle armi e la consumata
astuzia di un animo malvagio, ma io confido nei
miei alleati. Anzitutto il diritto di porre fine a un disumano
baratto, al dolore che scorgo nei padri e madri
degli innocenti votati al sacrificio. E anche l'ira suscitata
in me dalle risa e dallo scherno dei nemici per
la mia giovinezza ed esilit quando mi sono presentato
come sfidante di Morolt. Quindi non cercate di trattenermi:
devo vendicare il mio onore, insieme al vostro
e a quello di tutto il regno di Cornovaglia, che per
tanti anni ha accettato di sottostare all'ignobile imposizione.
- Figlio mio, troppo nobile  il tuo proposito e generoso
il sacrificio. Ma pensa...
Tristano lo interruppe: - Vi prego, padre, non sprecate
altre parole. Ordinate che venga messa in mare la
barca su cui Morolt ed io raggiungeremo l'isola del
duello, lontano dagli occhi di tutti.
Cos fu fatto, e quando Morolt sal sulla barca lo
scafo si abbass per il suo peso.

 Capitolo 3.
Il duello nell'isola deserta.

Nessuno vide quello che era accaduto sull'isola deserta.
Ma tutti videro, dopo un tempo che parve interminabile,
una barca apparire da dietro il promontorio
che celava una parte della costa. Per la lontananza
non si poteva capire se il carico fosse pesante o
meno, e tutti trattenevano il fiato perch sapevano
che solo uno dei due avversari sarebbe sopravvissuto
e tornato con la barca. L'altro sarebbe rimasto cadavere
sull'isola, nascosto nella selva che ne copriva il
suolo.
Ad un tratto un mormorio corse tra gli abitanti della
Cornovaglia, prima indistinto, poi tradotto in un
unico grido di gioia perch, avvicinandosi la navicella,
era evidente che lo scafo pescava poco, emergeva
quasi tutto dall'acqua, quindi portava un peso leggero,
non certo quello del gigante Morolt. Chi tornava
vincitore era Tristano!
Ed ora vi raccontiamo quello che era successo nella
solitudine dell'isola del duello. Tristano cap subito
quanto le forze fossero impari e mentre parava con il
vantaggio della sua agilit i micidiali colpi della spada
di Morolt sferrati con tutto il peso di un gigantesco
braccio muscoloso, faceva appello alla coscienza che la
ragione e la giustizia erano sue alleate perch combatteva
contro il disumano balzello imposto ad un popolo vinto. Tuttavia non riusc ad evitare che un fendente
lo colpisse di striscio ad un fianco, sopra l'attaccatura
della coscia. Pens che non era una ferita grave,
ma il gigante esult per quel modesto successo.
- Mio giovane avversario, tu forse credi che quella
piccola ferita della mia spada guarir facilmente. Ma
ti sbagli, perch la lama  infettata con un potente veleno
contro il quale nessun medico conosce il rimedio.
Solo mia sorella Isotta, regina d'Irlanda, che l'ha distillato
con le sue mani, potrebbe guarirti. Esperta di
tutte le erbe e del loro potere di guarire o uccidere secondo
le dosi e la volont di chi le filtra, conosce l'antidoto
che potrebbe salvarti la vita. Ma a te  negato,
perch non lo userebbe mai per salvare chi ha osato
sfidare suo fratello. Ora per sottrarti ad un'agonia lunga
e dolorosa ti colpir al petto con la punta della mia
spada, per la piet che mi ispira la tua sconsiderata giovinezza.
Cos dicendo abbass la guardia per trafiggere il petto
di Tristano, il quale raccolse le forze e cal un fendente
che trapass l'elmo e il cranio del colosso. Tanto
forte fu il colpo che quando ritrasse la spada una
scheggia della lama rimase infitta nell'osso della testa.
Cadde Morolt nel suo sangue e morente cos parl:
- Sei riuscito a uccidermi, giovane avversario, ma
non potrai godere della tua vittoria, perch morirai anche
tu e questo mi consola.
Furono le ultime parole del gigante Morolt e cos fu
spenta la forza invincibile del campione irlandese. Tristano
abbass la tunica per nascondere la ferita e raggiunse
la barca ancorata sulla battigia. Sciolse la vela
e si adagi sul fondo. Sapeva che doveva morire ma
non voleva che altri lo sapessero.
Fu accolto con grandi feste dalla gente di Cornovaglia,
pi di tutti era felice il re suo zio, che gi lo piangeva
morto.
- Ti vedo pallido, figlio mio.  certo la fatica del
duello. Ma il riposo e le cure dovute al liberatore della
Cornovaglia ti ridaranno presto le forze.
Questo diceva il re quando faticosamente Tristano
si fu sollevato dalla barca e Marke pot stringerlo al
petto. Poi vide il sangue sulla tunica e sul fondo della
barca e pens che fosse il sangue di Morolt, confortato
nel suo errore dalla spada di Tristano a cui mancava
una scheggia della lama.
- Povero nipote mio, i colori del tuo bel viso sono
appassiti per la fatica del duello con il gigante irlandese.
Dev'essere stata eccessiva per te cos giovane e inesperto
di armi! Ma le cure e il riposo ti faranno rifiorire
in breve tempo. E appena avrai ripreso fiato mi
racconterai come hai potuto sconfiggere Morolt.
Questo diceva Marke stringendo tra le braccia il
corpo del nipote senza accorgersi che egli stava per venir
meno. Senza poter proferire una parola Tristano
svenne tra le braccia del re. Allontanata la folla festante,
fu subito chiamato un medico, il quale scopr la ferita
ancor sanguinante:
- E strano che la giovane fibra dell'eroe non sopporti
una ferita che  poco pi di un graffio. Ma  ancor
pi strano che sanguini ancora.  una lesione superficiale, -
e cos dicendo la mostrava a Marke, - e come
tale dovrebbe essersi gi rimarginata.
Il ferito fu portato nelle stanze del re in totale isolamento
perch non si diffondesse la notizia che era
stato colpito dalla spada di Morolt. La schiera irlandese
era gi partita tutta per l'isola del duello, alla ricerca
del corpo del guerriero, quindi nessuno di loro poteva
sapere della ferita di Tristano. Trovato il cadavere
videro che era stato ucciso con un fendente al cranio,
e poich il corpo era troppo pesante, spiccarono il capo
e lo portarono con s per presentarlo nella loro isola
come testimonianza che Morolt era morto. Macabro
trofeo in luogo dei ventiquattro ostaggi che tutti
aspettavano.
La vista del capo reciso del gigante gett nella disperazione
gli Irlandesi, perch non c'era in tutta l'isola
chi potesse sostituirlo. Con la sua morte cessava
non solo il tributo di nobili fanciulli, ma anche la supremazia
dell'Irlanda sulle terre bagnate dal mare che
da lei prende il nome. Gravissimo fu il colpo per la regina
Isotta della quale Morolt era l'unico fratello.
Mentre al di l del mare si piangeva la fine del predominio
garantito dalla forza e ferocia del campione
irlandese, nella terra di Cornovaglia si gioiva per la
riacquistata libert. Tuttavia i festeggiamenti in onore
del vincitore tardavano perch dalla corte non giungevano
buone notizie sulla sua salute.
Molti medici erano stati chiamati al letto del malato,
ma nessuno riusciva a capire come mai la ferita non
si richiudesse, anzi continuasse ad allargarsi imputridendo
ed emanasse un fetore che aveva l'odore della
morte. L'aspetto del giovane era tale da non lasciar
presagire alcuna guarigione e le sue condizioni fisiche
peggioravano di giorno in giorno.
Finch Tristano si decise a riferire al re il discorso
di Morolt morente e la sua minaccia. Ruppe in lacrime
il vecchio sovrano non riuscendo a frenare la sua
disperazione:
- Povero figlio mio! Dovrai dunque morire? Non
esiste persona al mondo che possa sconfiggere il veleno
della regina d'Irlanda? Far circolare un editto per
tutto il regno promettendo un compenso favoloso a chi
riuscir a neutralizzarlo.
Lo interruppe Tristano con flebile voce:
- Non fatelo, padre mio. Non diffondete la notizia
della mia ferita e del veleno che mi sta uccidendo. Fate
piuttosto che nessuno lo sappia. Ho meditato a lungo
sulle parole di Morolt. Solo sua sorella potrebbe
guarirmi, solo lei conosce il medicamento che neutralizza
il veleno da lei stessa preparato. Prima che sia
troppo tardi fatemi mettere in una barca, all'insaputa
di tutti, solo con la mia arpa, e affidatemi al capriccio
del vento e del mare, alla mia sorte. Non voglio remi
che tanto non sarei in grado di usare, voglio soltanto
una vela che mi porti verso il mio destino.
Con la morte nel cuore Marke fece quello che Tristano
chiedeva, e una navicella fu affidata alle onde
con il corpo senza forze di Tristano morente. Mentre
si allontanava dalla riva di una caletta deserta sotto gli
occhi velati di pianto del re, e spariva all'orizzonte,
chi avesse prestato attenzione avrebbe udito un dolcissimo
suono di arpa. A quella melodia Tristano affidava
la sola speranza di essere salvato dalla morte incombente.

 Capitolo 4.
L'arpa incantatrice.

Un vento propizio e una felice corrente marina spinsero
la navicella senza nocchiero alle coste dell'Irlanda,
vicino alla capitale Dublino. Dei pescatori che ritiravano
le reti udirono il suono dolcissimo dell'arpa
venire da uno scafo deserto, stupiti si domandarono
come fosse possibile e, spinti dalla curiosit, tirarono
a riva la barca. Con questo gesto sapevano di contravvenire
all'ordine del re d'Irlanda che aveva proibito
l'approdo all'isola a tutti gli stranieri. Quando la barca
fu a riva si accorsero che la musica proveniva da un
giovane giacente sul fondo. Ma il misero arpista era in
punto di morte.
Temendo l'ira del re stavano per rimettere in acqua
la navicella affidandola al capriccio del vento e della
sorte quando giunse di corsa sua figlia, Isotta la Bionda
che, staccatasi da un gruppo di fanciulle intente a
giocare a palla poco distante, sola aveva udito il suono
dolce dell'arpa misteriosa.
Vedendo il giovane arpista morente sul fondo, grid:
- Che cosa fate sciagurati? Non vedete che questo
povero suonatore sta morendo? Volete dunque condannarlo
ad un'agonia solitaria in preda del mare?
Aspettate che vada a chiamare mia madre, la vostra
regina, esperta dei mali e delle possibilit di guarirli!
Durante la mia assenza nessuno osi toccare questa
barca.
I pescatori obbedirono agli ordini della bella principessa.
Di l a poco le due Isotte, madre e figlia, si
curvavano a spiare i segni della morte nel viso del povero
arpista. E la regina fu convinta dalla figlia a portare
il giovane a palazzo.
Cos Tristano giunse alle stanze di Isotta la Madre,
colei che d la vita e sa curarla con la sua sapienza e
conoscenza delle erbe, ma con la stessa conoscenza sa
usarle anche per dare la morte. In capo a tre giorni i
segni della vita erano riapparsi sul viso dello sconosciuto.
La regina fu soddisfatta del successo ottenuto con
i suoi filtri segreti, con quell'antidoto da lei stessa preparato
per contrastare il potere mortifero del veleno
distillato per ungere la lama della spada di suo fratelloMorolt. Questa coincidenza per l'aveva turbata
profondamente.
Ma Tristano aveva aperto gli occhi, e lei aveva visto
in essi il colore azzurro del cielo e del mare, lo stesso
dei suoi e di quelli della figlia.
Quando Tristano vide Isotta la Bionda sent imperioso
il bisogno di suonare per lei e fece segno che gli
fosse data la sua arpa. Gliela porse la fanciulla, che
aveva custodito gelosamente le cose del naufrago, la
barca, la vela e l'arpa. Ringraziando con un sorriso perch
ancora non poteva parlare, Tristano tocc le corde
e le fece suonare. Dopo le prime note di accordo la
musica flu dal suo cuore, dolce e lieta perch era ringraziamento
a chi gli aveva ridato la vita, e con la vita
qualcosa che il cantore non aveva mai conosciuto.
L'oggetto del suo canto, Isotta la Bionda, rapita dalla
magia del suono lo guardava incantata.
- Madre, il naufrago sta tornando alla vita ed  tutto
merito vostro. Grazie...
- Non ringraziarmi Isotta. Per chi sa guarire esiste
l'obbligo di soccorrere chi ne ha bisogno. E tu lo sai.
Adesso lascia che il malato riposi perch non gli occorre
altro.
E spinse la figlia fuori della stanza.

 Capitolo 5.
Tristano diventa maestro di Isotta la Bionda.

La Madre aveva capito che nulla avrebbe potuto fare
per impedire il destino e la sua volont inesorabile.
E quando Isotta la Bionda, divenuta assidua al letto
del suonatore d'arpa, le chiese che lo sconosciuto le facesse
da maestro di musica, non si oppose. Appena Tristano
fu in grado di reggersi in piedi e di parlare senza
fatica gli chiese di insegnare il suo sapere all'unica
figlia.
- Come vi chiamate, - gli chiese quando lui ebbe
accettato, - e di dove venite? Qual  la vostra professione?
Tristano sapeva di essere in terra nemica e se fosse
stato riconosciuto per chi realmente era, cio l'uccisore
di Morolt, sarebbe stato senz'altro ucciso a sua volta.
Ricorse a un dono che la natura gli aveva fatto, alla
sua innata astuzia: disse di chiamarsi Tantris, e di
essere maestro di musica. Ma per sostentare s e la sua
famiglia faceva il mercante di stoffe. In quell'ultimo
viaggio dalla sua terra, la Scozia dove abitava, verso il
Galles dove aveva intenzione di svolgere i suoi affari,
era stato aggredito da sconosciuti che lo avevano rapinato
della sua mercanzia e lasciato ferito, privo dei remi,
solo nella barca dopo che avevano ucciso il suo servitore
e gettato in mare il corpo senza vita. Lui si era
salvato fingendosi morto ed era quindi rimasto solo
con la sua arpa, che aveva avuto cura di nascondere,
al capriccio del vento e del mare. Una sorte benigna lo
aveva portato in questa terra dove aveva trovato salvezza.
- Ora dove sono? In che terra sono approdato e chi
siete voi, mia gentile salvatrice?
- Siete in Irlanda, - rispose la Madre, - io sono Isotta,
la regina dell'isola. Sono colei che vi ha risanato
con la conoscenza delle erbe. Ma voi ditemi, se non vi
dispiace, che linguaggio parlavano gli aggressori? Come
vi hanno prodotto quella lieve ferita?
Tristano riflett rapidamente, poi cos continu il
suo racconto:
- Non ho capito quello che dicevano ma solo il senso
del loro parlare. E non mi sono neppure accorto di
essere stato ferito. Suonavo la mia arpa e l'aggressione
 stata cos improvvisa che non mi sono reso conto
di ci che accadeva. Ho visto uccidere il mio servitore
che aveva tentato di reagire e mi sono ritrovato solo nella barca alla deriva. Suonavo la mia arpa in attesa
della morte che gi mi aveva tolto le forze. Ricordo
solo il bagliore di una lama...
- Quella che vi ha prodotto la piccola ferita che vi
stava uccidendo. E strano, credevo di essere la sola a
conoscere l'uso delle erbe mortifere e salvifiche. Avete
detto che venite dalla Scozia?
- S, mia regina. Vivo in Scozia con la mia famiglia.
Ma sar felice di fermarmi qualche tempo nel vostro
regno ed insegnare il suono dell'arpa alla vostra bella
figlia per compensarvi come posso del beneficio da voi
ricevuto.
- Isotta la Bionda, mia figlia, ne sar felice. Potrete
quindi fermarvi nel regno d'Irlanda finch non avrete
ripreso le forze per tornare a casa nella vostra patria.
Cos Tristano, sotto il nome di Tantris, cominci
ad insegnare alla bella principessa il suono dell'arpa.
L'allieva progred rapidamente nella musica e nello
stesso tempo si approfond l'amore per il maestro. I
due sedevano a lungo nelle stanze di Isotta la Madre
e si parlavano solo con lo sguardo perch la Madre sorvegliava
le loro mosse e non le sfuggiva neppure lo sfiorarsi
delle dita quando l'arpa passava dalle mani dell'uno
alle mani dell'altra. Si che un giorno disse all'ospite
Tantris:
- Sareste capace di costruire uno strumento come
la vostra arpa per mia figlia?
Tristano cap il significato di quella domanda, tuttavia
rispose:
- Certo mia regina. E lo far con molto piacere in
attesa di poter recuperare le forze ed essere in grado
di tornare al mio paese.
Isotta la Bionda ebbe un piccolo sussulto:
- Pensate gi alla partenza, messer Tantris?
Le rispose la Madre:
- Isotta cara, il nostro ospite ha una famiglia in Scozia.
Deve tornare nella sua terra. Non ti pare giusto?
Con questo la Madre tentava di opporsi al destino.
Ma sapeva che esso si sarebbe realizzato anche contro
la sua volont.

 Capitolo 6.
Ritorno di Tristano in Cornovaglia.

Tre mesi rimase in Irlanda celato sotto il nome di
Tantris, tre mesi di musica appassionata, velata dalla
malinconia del prossimo distacco. In quei giorni, in
quelle ore dolcissime che maestro e allieva trascorsero
insieme, si intensificava attraverso gli sguardi e lo sfiorarsi
delle dita il sentimento che ormai indissolubilmente
li univa.
- Tornerete, messer Tantris? - chiedeva Isotta la
Bionda con un lungo sospiro, gli occhi pieni di lacrime.
E Tristano le rispondeva:
- Forse, mia dolce Isotta. Non parto per mia volont,
ma ho una famiglia in patria e non posso lasciare
che mi pianga per morto. Ho degli obblighi verso
di essa. Devo riprendere il mio mestiere di mercante,
ma nei miei viaggi far in modo di passare per questa
isola che mi ha dato la vita e tanta gioia. E rivedr i
vostri occhi. Ma non dimenticate che voi siete una
principessa e io un povero mercante.
Con queste parole un giorno Tristano prese commiato
dalla sua Isotta, dalla Madre, e dall'isola della
salvezza. Fatta armare la navicella part col cuore colmo
di malinconia lasciando l'innamorata in ancora pi
grande tristezza e la Madre con la coscienza che nessuno
pu sfuggire al proprio destino.
Una brezza favorevole lo port in pochi giorni alle
coste della Cornovaglia. I primi a scorgere la barca in
arrivo furono dei pescatori intenti a gettare le reti, i
quali non riconobbero Tristano. Lo aiutarono a tirare
in secca il natante e gli chiesero dov'era diretto:
- Al palazzo del vostro re, - disse Tristano.
E presa la sua arpa si avvi. Giunto alla sala del re,
si annunci suonando un motivo che gli era consueto.
Marke lo ud e lev il capo che teneva reclinato per il
dolore:
- Sei tu Tristano? O sto sognando a occhi aperti?
- Sono io, padre! Vivo e risanato!
E si gett tra le braccia dello zio che lo accolse con
lacrime di gioia. Subito la notizia si sparse per la corte
e il popolo di Cornovaglia, e tutti esultarono per il
ritorno di colui che credevano morto. Senza indugio
si diedero inizio ai festeggiamenti per il ritorno del
campione che aveva salvato il paese dal disumano tributo
di vite umane, il liberatore dall'incubo della minaccia
rappresentata da Morolt. Tutti festeggiarono
lieti la riacquistata indipendenza della Cornovaglia.
Re Marke nomin Tristano suo erede e successore
nella guida del regno e lo onor come tale. Ne fece il
suo consigliere e confidente negli affari di Stato.
Ma tutti questi onori destarono l'invidia dei signori
di corte, alcuni dei quali fino a quel giorno erano
stati i consiglieri del re e lo avevano convinto a celebrare
la memoria di Tristano come eroe morto nel tentativo
di liberare la Cornovaglia dalla sudditanza all'Irlanda.
Trovarselo vivo davanti agli occhi fu una
gran delusione per gli uomini che anteponevano il potere
all'amore dei figli. Proprio quelli che Tristano aveva
liberato dal tributo della consegna dei fanciulli cominciarono
a mormorare contro di lui e a domandare
come aveva potuto essere risanato dal veleno che lo
stava uccidendo. Chi lo aveva curato?
Ignaro del malvolere dei suoi compatrioti Tristano
cominci a narrare la sua avventura, come avesse chiesto
di essere abbandonato alla deriva con la sua arpa
quando aveva saputo che solo la regina d'Irlanda, sorella
di Morolt da lui ucciso, conosceva il mezzo per
contrastare l'opera del veleno da lei stessa preparato,
con il quale aveva infettato la lama della spada di Morolt.
Ma il destino aveva deciso altrimenti, e il vento e le
onde avevano portato la navicella alle coste d'Irlanda,
dove era stato accolto come naufrago dalla regina, proprio
quella Isotta famosa per la sua conoscenza delle erbe
che danno la vita o la ritolgono secondo le intenzioni
di chi le filtra. Non sapendo chi era il naufrago, ella
stessa lo aveva guarito con la sua scienza segreta.
Poi Tristano parl della bellissima principessa, Isotta
la Bionda e di come la regina, Isotta la Madre, gli
avesse dato l'incarico di insegnare alla figlia il suono
dell'arpa. Egli non solo glielo aveva insegnato, ma aveva
anche costruito un'arpa per la fanciulla. In capo a
tre mesi la principessa era diventata un'arpista eccellente
e, poich lui aveva riacquistato le forze, fu deciso
che tornasse alla sua patria. Non pot nascondere
che la partenza aveva rattristato entrambi, il maestro
e l'allieva, ma non c'era motivo che rimanesse pi a
lungo in Irlanda.
- Avete rivelato il nome della vostra terra? - chiese
uno dei cortigiani con voce suadente.
- No, - rispose Tristano con tono risoluto.
- E il vostro nome? - chiese la medesima voce.
- Neppure. Ho dato un nome falso.
Il cortigiano che aveva fatto le due domande era un
nano di nome Melot, brutto, deforme e malvagio. Ma
sapeva celare la sua malizia sotto un tono falso e untuoso.
- Avete fatto bene, siete stato prudente e furbo, -
aggiunse fingendo benevolenza. - Cos adesso possiamo
godere della vista e presenza del nostro eroe.

 Capitolo 7.
La congiura del nano Melot.

Il nano Melot mentiva quando dichiarava di essere
felice della presenza di Tristano, perch invece lo odiava.
Lo odiava anzitutto per la sua bellezza, in secondo
luogo perch aveva sperato di prendere il suo posto
nei favori del re. Quando ud il racconto di Tristano,
la sua mente perversa cominci subito ad elaborare
un piano per farlo uccidere. E decise di complottare
con gli altri cortigiani, ai quali insinuava:
- Ora che Tristano  tornato possiamo dire addio
al nostro prestigio a corte. Il re non ha occhi che per
lui, nel suo cuore non c' posto per nessun altro. Non
credete che dovremmo sbarazzarci di Tristano?
Le sue parole non cadevano nel vuoto. Se in un primo
tempo tutti erano stati felici di rivederlo sano e salvo,
col passare dei giorni l'invidia cominciava a covare
nelle menti perverse. Tristano ora rappresentava un
ostacolo alle loro ambizioni. Non solo perch era il nipote
del re, ma anche e soprattutto perch aveva dimostrato
un coraggio che essi non avevano, e grande
astuzia nel celare nome e provenienza agli avversari.
Se fosse tornato in Irlanda per chiedere la mano della
principessa per il suo re, l'avrebbero senz'altro riconosciuto
come l'uccisore di Morolt e condannato a
morte. Il loro cuore invidioso aveva gi dimenticato
che Tristano aveva affrontato la morte per salvare i loro
figli da un'ignominiosa schiavit.
Le malvage parole compirono l'opera, presto nacque
tra i cortigiani una congiura contro l'eroe, e il brutto
nano pens che fosse venuto il momento di comunicare
agli altri il suo progetto.
- Poich l'eroe del giorno ha vantato la bellezza di
Isotta la Bionda, perch non suggeriamo a re Marke
di chiedere la sua mano? E quale intermediario sarebbe
pi adatto di messer Tristano?
- Ma se torna in Irlanda e rivela la sua vera identit
verr certamente ucciso, - obiett uno dei cortigiani.
- E a noi che danno ne verrebbe? - replic sorridendo
malignamente il nano odioso.
I cortigiani furono un po' sorpresi della malvagit
di Melot, e chiesero di consultarsi prima di dare la loro
risposta. Riunitisi in luogo appartato ognuno disse
il suo parere.
- Non vi sembra ingiusto causare la morte di chi ci
ha liberato dall'incubo del tributo dei nostri figli? -
disse uno in cui un residuo d'onore era rimasto.
- E dal predominio dell'Irlanda? - disse un altro.
Ribatt un amico del nano con sottile perfidia:
- Chi ci assicura che, morto Marke senza discendenza
e divenuto re di Cornovaglia, Tristano non sar
un sovrano tirannico e col potere raggiunto non priver
noi consiglieri dei nostri privilegi rendendoci
schiavi del suo piacere? E se volesse arricchirsi con il
nostro oro, i nostri gioielli e propriet terriere?
Quest'ultimo argomento convinse anche i pi restii
e, fatto chiamare il nano, gli dissero che erano d'accordo
con il suo progetto e lo incaricarono di condurlo
a buon fine. Melot si compliment per la loro decisione
definendola saggia, e promise di mettersi subito
all'opera. Chiese udienza al re e trovatolo solo cos
parl:
- Nobile sire, vostro nipote ha descritto la principessa
figlia del re d'Irlanda come una fanciulla bellissima,
dolce e molto dotata per la musica. Perch non
vorreste farne la vostra sposa?
Marke fu molto irritato dalla proposta del nano ed
esclam:
- Ma come puoi pensare che una giovane cos bella
accetti di sposare un vecchio come sono io?
- Mio signore, voi non siete vecchio, ma solo un po'
avanti negli anni. Il matrimonio con una fanciulla cos
bella potrebbe rallegrare i vostri giorni, tanto pi
che sa suonare l'arpa e con la sua arte potrebbe darvi
gioia e serenit quando vi assale la malinconia. Inoltre
la vostra parentela stretta con il re d'Irlanda metterebbe
fine al contrasto con i nostri eterni avversari. Ora
che Morolt, il depositario della potenza irlandese 
morto, il re non vi pu negare il suo consenso. Inoltre
voi siete ancora in et di procreare ed avere una discendenza
vostra.
A queste parole il re balz in piedi dallo scanno su
cui sedeva e profondamente irato esclam:
- Ho gi un nipote che amo come un figlio, Tristano
sar il mio successore. E ora sparisci dalla mia vista,
nano malefico!
Il nano obbed ma non rinunci al suo progetto e rifer
ai cortigiani mentendo:
- Non sono riuscito a fargli dire di s, ma ho gettato
qualche buon seme e sono certo che germoglier.
Chi di voi gli  particolarmente caro e pu dirsi nelle
sue grazie?
Si fece avanti il tesoriere di corte, uomo dalla parola
facile e suadente, ma sommamente falso:
- Signori, io sono sicuro di convincerlo perch conosco
i segreti del suo cuore.
Si compatt in tal modo la congiura dei cortigiani
per spingere Marke a chiedere la mano di Isotta la
Bionda e costringere Tristano a tornare in Irlanda dove
speravano che venisse riconosciuto e messo a morte.
Re Marke insospettito chiam Tristano e gli rivel
la proposta del nano Melot e la sua paura che questo
fosse un tentativo di farlo uccidere. Ma Tristano dichiar
di essere disposto a recarsi in Irlanda anche affrontando
il pericolo di essere riconosciuto. Non disse
che non poteva dimenticare il bel volto di Isotta e
ardeva del desiderio di rivederla.
- Ma potrebbe costarti la vita! - esclam il re.
- Fidatevi di me, carissimo zio. Porter con me la
mia arpa e la mia spada, e siate certo che non mi accadr
nulla di male.

 Capitolo 8.
Tantris torna in Irlanda.

Questa volta Tristano col nome di Tantris approd
felicemente alle coste d'Irlanda. Il suono dell'arpa gli
apr la strada fino alla reggia dove fu accolto festosamente
da tutta la corte. Isotta la Bionda era raggiante
di una gioia che la faceva risplendere d'incomparabile
bellezza. Subito ripresero le lezioni di arpa, che
era l'unico modo per stare insieme.
Ma un giorno, mentre Tristano riposava, la fanciulla,
curiosa come sono tutte le fanciulle, trasse fuori del
fodero la spada dell'eroe e fu colpita dalla scalfittura
nella lama. Insospettita corse a prendere la scheggia
tolta dal cranio di Morolt, che aveva recuperato e venerava
come una reliquia, e constat con orrore che
combaciava perfettamente con la scalfittura della lama.
Subito ripens al nome Tantris, spost le lettere
e ottenne il nome Tristan. Un velo di dolore le offusc
gli occhi. Corse dalla madre con i due oggetti in
mano:
- Guardate, madre mia! Che cosa pensate vedendo
questa lama e la scheggia tolta dal capo di Morolt che
abbiamo conservata con venerazione?
Isotta la Madre osserv i due oggetti che la figlia le
mostrava e disse pacatamente:
- Figlia mia, ho sempre saputo che il tuo Tantris era
l'uccisore di Morolt. Il dubbio era sorto nella mia mente
vedendo che il filtro delle mie erbe salvifiche vinceva
quello mortifero che io stessa avevo fatto per rendere
mortale la spada di mio fratello. Il morente mostrava
una piccola ferita, poco pi di un graffio, eppure
era condannato a morire dopo lenta e lunga agonia. Il
dubbio divenne certezza quando il malato guar. Avrei
potuto ucciderlo, ma non si deve uccidere chi si  salvato,
una volta che gli si  donata la vita.
- Che cosa dobbiamo fare madre mia?
- Quello che decidi tu, Isotta. Che cosa ti dice il
tuo cuore?
- Arde di sdegno per come ci ha ingannate spostando
le lettere del suo nome e facendo di Tristan Tantris.
Ma soprattutto per aver ucciso vostro fratello, il
maggior difensore della supremazia dell'Irlanda. E da
ultimo per averci incantate con il suono dell'arpa. 
nostro dovere ucciderlo.
- Sei veramente decisa? Sei sicura di non maledire
pi tardi la tua decisione? Se vuoi che muoia devi ucciderlo
tu. Io non posso perch gli ho ridato la vita
quando stava morendo. Ora la mia scienza mi vieta di
dargli la morte.
- Devo ucciderlo con le mie mani? - chiese Isotta
spaventata. - E in che modo?
- Con un colpo della sua stessa spada.
- E se mi trema la mano?
- Devi soprattutto essere decisa. Sicura di quello
che vuoi.
In quel momento dalla stanza accanto giunse un dolce
suono di arpa che fece ammutolire le due Isotte. Si
guardarono in silenzio dubbiose. Alla figlia tremarono
le labbra e si inumidirono gli occhi quando Tristano
apparve sulla soglia.
- Perch siete tornato? - esclam Isotta la Bionda
con le lacrime agli occhi. - Perch non siete rimasto
in Cornovaglia a godervi il trionfo per aver ucciso Morolt?
Voi non siete il mercante Tantris ma il sire Tristano,
nipote di re Marke e futuro re di Cornovaglia.
E gi gli puntava la spada al petto.
- Avete ragione. Potevo restare nel regno di mio zio
e godere in pace la vita che vostra madre mi ha donata.
Ma non ho resistito al desiderio di rivedervi, bellissima
Isotta! Ora fate di me ci che volete.
A lungo regn il silenzio nella sala. Infine parl la
Madre:
- Non si deve agire in preda all'ira. Lasciamo che
gli impulsi del cuore si calmino affinch non ci si debba
poi pentire di quel che si  fatto.
E cos dicendo toglieva la spada dalle mani di Isotta.
Dopo aver taciuto alquanto parl Tristano:
- Mie belle regine, sono tornato in Irlanda per ordine
di mio zio, re Marke di Cornovaglia. Alla presenza
della corte riunita parlai della vostra bellezza, dolce
Isotta la Bionda. E i consiglieri di mio zio lo hanno
indotto a chiedere la vostra mano. Diventerete moglie
del re e regina di Cornovaglia. Pensateci Isotta, regina
del mio cuore. Perch voi gi regnate nel mio cuore.
La fanciulla tacque a lungo, infine disse:
- Tristano, poich questo  il vostro vero nome, anche
voi regnate nel mio cuore, e lo sapete. Ma sapendo
questo, perch avete accettato di essere intermediario
nella richiesta di vostro zio, il re di Cornovaglia?
- Carissima Isotta, ho dovuto accettare contro la
mia volont e contro la volont di mio zio stesso. Sapevamo
entrambi che i cortigiani vogliono la mia morte
per invidia, solo per invidia. Se non avessimo accettato
avrebbero trovato un modo di farmi morire. Ora
essi sperano che, scoprendo la mia vera identit, siate
voi a uccidermi.
Rispose la bella piangendo lacrime amare:
- Mio dolce Tristano, mio primo e solo amore, come
avete potuto pensare che avrei avuto il coraggio di
uccidervi con le mie mani?  vero che pochi minuti
fa, quando ho scoperto dalla scheggia mancante alla
vostra spada che voi siete l'uccisore di Morolt, in un
accesso d'ira ho desiderato di darvi la morte. Ma poi
mia madre mi ha fatto ragionare e ho capito che avete
agito non per odio contro mio zio, ma per compassione
verso i fanciulli che dovevano diventare nostri
ostaggi e i loro genitori. Per questo ora sono in tanta
pena...
- Frenate il pianto, mia dolce Isotta. Affrontiamo
serenamente il nostro destino. Vi prometto che far
tutto il possibile per evitare che siate costretta a subire
cose che non volete. Abbiate fiducia nel mio ingegno
e accettate questa finzione che la sorte vi impone.
Di mio zio vi posso assicurare che  un signore cortese
e non vi far mai del male.

 Capitolo 9.
Isotta la Bionda alla corte di re Marke.

Con molte lacrime la fanciulla disse addio alla madre,
ai parenti e amici, e part sulla nave di Tristano
alla volta della Cornovaglia, dove fu accolta con grandi
onori come si conviene ad una regina. Tutti furono
incantati dalla sua incomparabile bellezza, dalla grazia
e dal fascino che emanava. Molti avrebbero voluto
amarla, ma sapevano che era destinata al re e non osarono
neppure sperare. Alcuni si domandavano se sarebbe
stata fedele al suo legittimo sposo o non avrebbe
ceduto alla giovane virilit del bel nipote.
Tra questi ultimi era il nano Melot, che cominci
subito a sobillare gli altri cortigiani, in particolare il
tesoriere di corte:
- Perch non corteggiate anche voi Isotta la Bionda?
Come fa il bel Tristano con la scusa di insegnarle
a suonare l'arpa. Quei due sono sempre insieme e il re
non se ne accorge. O finge di non accorgersene.
- Ho gli occhi anch'io e non li chiudo come fa il re.
Il nostro piano per far uccidere Tristano  fallito e non
sappiamo come, e ora lui e Isotta si godono il loro amore
senza nessuna preoccupazione, sono felici e si vede.
- Dobbiamo porre fine alla loro felicit che ci offende,
- concluse il nano Melot.
In realt il perfetto amore fra Tristano e Isotta non
toglieva loro nulla, ma aveva un nome piccolo e odioso:
si chiamava invidia. L'invidia  la mala pianta che
alligna nelle corti, ma non viene mai nominata perch
nessuno riconoscerebbe di agire a causa sua. Quando
i due invidiosi cominciarono la loro opera di diffamazione
tra i cortigiani furono ben attenti a non lasciar
trasparire la causa vera del loro odio verso i due amanti,
e lo mascherarono sotto la parvenza di nobili sentimenti,
come la lealt per il re e la difesa del suo onore
tradito che offendeva tutti coloro che lo amavano.
L'oltraggio al sovrano costitu l'arma vincente della loro
congiura e conquist anche l'animo di coloro che
non si erano accorti di niente o che, pur avendo notato
l'eccessiva libert dei due adulteri, non se ne erano
meravigliati essendo l'adulterio assai diffuso nelle corti
di tutto il mondo. Come l'invidia.
L'astuzia dei due malvagi trov molte vie per penetrare
nei loro pensieri, come Perch loro s e noi no?
oppure Perch noi perdiamo il favore del re anche
per oltraggi molto minori? E altri ragionamenti di tal
genere. Molti a quelle parole ricordarono motivi di risentimento
contro il sovrano, spesso immaginari.
Cos ben presto tutta la corte cominci a sparlare dei
due amanti finch le voci giunsero all'orecchio del re.
Egli non pot pi fingere di non vedere e non sapere.
Lo fer anche la diceria di essere un vecchio re tradito
dalla giovane moglie. E cerc di mettere sull'avviso i
due innamorati pregandoli di essere pi prudenti.
- Figli miei, - disse loro un giorno, offeso dalle palesi
accuse dei malevoli, - a corte si sparla di voi e soprattutto
di me. Cercate di non farvi pi sorprendere
da occhi invidiosi per non dare esca alle male lingue.
Non vorrei essere costretto ad allontanarvi dalla corte
perch sarebbe un grande dolore privarmi della vostra
presenza.
I due amanti fecero di tutto per celarsi ai loro detrattori,
ma l'invidia ha occhi pi acuti, troppo acuti
per sfuggire a chi per pura malvagit li spiava. E se i
malevoli non avevano argomenti certi, sapevano inventare
odiosit tali da indurre il re a parlare segretamente
ai presunti colpevoli:
- Figli miei, le male lingue si accaniscono contro di
voi, fanno circolare nefandezze di cui non siete colpevoli,
poich so che non siete capaci di deridermi pubblicamente
come osano insinuare il perfido nano e il
suo manutengolo negli inganni, il malvagio tesoriere.
Tuttavia, anche contro la mia volont e la convinzione
che non siete capaci di vantarvi pubblicamente di
ingannarmi, sono costretto ad allontanarvi dalla corte
e mandarvi in esilio. Non vedo altra maniera per salvare
il mio e il vostro onore. Non potete sapere quanto
mi costi tale decisione che mi priver della vostra
compagnia, unica consolazione alla mia tarda et. Vi
far accompagnare da uno scudiero fidato in un luogo
segreto, una valletta amena che si apre tra alti monti
e che nessuno della corte conosce. L potrete vivere
tranquilli, sicuri che nessuno vi spia e trama contro la
vostra stessa vita. Non dimenticatevi di me e sappiate
per certo che siete sempre nel mio cuore...
Un groppo alla gola imped al re di continuare il suo
addio, i due giovani chinarono la testa in segno di obbedienza,
anch'essi con le lacrime agli occhi. Fatto venire
lo scudiero fedele chiamato Paranise, con lui se
ne andarono verso il loro esilio.

 Capitolo 10.
I due amanti nella valletta amena.

S'apre tra i monti una valletta amena nella quale
non soffia mai n gelido vento n imperversa il solleone,
ma sempre regna la primavera, per questo non vi
si soffre n caldo n freddo. Sempre fioriscono al tepido
sole i fiori tra l'erbetta novella, mai il cielo  turbato
da tempeste, e sempre sereno accoglie il sole al
mattino e si tinge di rosa al tramonto. Al mattino la
vita si ridesta al canto dell'allodola e la sera si addormenta
al canto remoto dell'usignolo.
Ma la cosa pi sorprendente  che gli ospiti della
valletta amena non provano mai fame n sete, non sentono
il bisogno di procurarsi il cibo n di attingere l'acqua
dal pozzo. Si nutrono del loro stesso amore e altro
non desiderano. Nel centro di un'ampia radura si trova
una grotta di puro marmo bianco nella quale sta un
grande letto senza nessuna suppellettile. Il pavimento,
anch'esso di marmo bianco, vi  sempre immacolato
e non necessita di alcuna pulizia.
Qui giunti accompagnati dallo scudiero Paranise,
dopo aver superato una catena di alti monti, Tristano
e Isotta smontarono da cavallo e si accomiatarono dal
loro accompagnatore, che ripart portando con s i cavalli
degli amanti. Qui essi non ne avevano bisogno,
perch quando si destavano al mattino uscivano dalla
grotta e passeggiavano insieme sull'erbetta fresca di
rugiada, tra i fiori richiamati a nuova vita dalla frescura
notturna, si che mai apparivano secchi o inariditi,
nell'aria tiepida allietata dai canti degli uccelli. Nell'erba
non esistevano serpi n altri animali nocivi. Qui
potevano sedere alquanto ascoltando il lieto canto degli
uccelli, o suonando l'arpa che li aveva accompagnati
nell'esilio. Si favoleggiava che cos fosse stato il paradiso
terrestre.
Nella grotta d'amore luce e calore entravano da una
graziosa finestrella circondata di caprifoglio fiorito, il
cui profumo riempiva l'aria all'interno. Quando, tramontato
il sole, le tenebre fugavano la luce e pi forte
si faceva il profumo dei fiori, Tristano e Isotta si coricavano
nel grande letto che stava al centro della grotta
e godevano i giochi e la pienezza del loro amore
finch il sonno li vinceva.
Al mattino, quando erano stanchi di passeggiare, si
sedevano sull'erba o su un tronco tagliato, a scambiarsi
i segreti del loro sentimento, o suonavano sulle arpe
dolci canzoni d'amore del vasto repertorio in uso a
quel tempo. Talvolta componevano essi stessi poesie
e melodie sul tema dell'amore, predominante nel codice
erotico della loro giovinezza. In tal modo trascorreva
il tempo e non si sentivano mai stanchi o annoiati.
La solitudine non era loro molesta perch bastava
la reciproca compagnia e, terzo tra loro due, l'amore
che li univa. E la certezza che l'indomani sarebbe stato
perfetto come l'oggi, senza intralci, n malvolere,
n pericolo alcuno.

 Capitolo 11.
I fiori di re Marke.

Cos vissero qualche tempo, giorni o mesi. Quanti?
Nessuno saprebbe dirlo. Finch un mattino non furono
destati dal solito raggio di sole messaggero del d,
come le altre volte. Si svegliarono quando i loro occhi
furono sazi di sonno, si chiesero che cosa fosse accaduto,
come mai la loro cella fosse ancora immersa nella
penombra. Allora Tristano scopr che la finestrella
da cui entrava il raggio di sole era stata ostruita con
fiori variopinti del prato.
La mostr a Isotta chiedendosi:
- Chi pu aver fatto questo? Nella valletta non vive
nessuno oltre a noi! Forse qualche cacciatore  venuto
in cerca di preda e ha scoperto il nostro nido d'amore?
Questo domandava a se stesso Tristano. Isotta che
aveva udito, intervenne pensosa:
- Qualcuno molto cortese, perch altrimenti avrebbe
ostruito la finestrella con fiori del nostro prato? -
E dopo aver meditato in silenzio alquanto tempo, continu:
- Sai a chi penso? A tuo zio, mio dolce Tristano.
Chi altro avrebbe avuto cura di non turbare il nostro
sonno? E avrebbe scelto fiori per impedire al raggio
di sole di giungere al nostro letto e svegliarci dai
sogni che trasparivano dalle labbra sorridenti pur nel
sonno?
Tristano dovette ammettere che la sua compagna
poteva aver ragione, ma obiett:
- Come pu essere giunto fin qui mio zio? Re
Marke non ha mai detto di conoscere l'esistenza di
questa grotta anche se sapeva di questa valletta amena
e delle sue peculiarit.
Ma noi sappiamo che cosa era accaduto, e ve lo vogliamo
raccontare. Il re di Cornovaglia nella sua solitudine
volle un giorno distrarsi dalla tristezza che incombeva
su di lui per l'assenza dell'amato nipote e decise
di andare a caccia con un solo scudiero, il fidato
Paranise che era stato scudiero di Isotta ed era venuto
con lei dall'Irlanda. Senza altri della corte, che sapeva
suoi detrattori, scelse quel luogo solitario, dove
la selvaggina era abbondante e non esistevano altri abitanti
che cervi e caprioli.
Qui gli era apparsa una splendida cerva bianca, e
nella foga dell'inseguimento s'era allontanato da Paranise.
La cerva stava immobile ai margini di una radura,
come se lo attendesse. Allora aveva spronato il
cavallo all'inseguimento della preda che si era data alla
fuga all'apparire del cacciatore, l'aveva quasi raggiunta
attraverso un fitto bosco di abeti e altre piante.
Ma quando credeva di averla raggiunta si era trovato
solo ai margini di un'ampia radura. La cerva
bianca era sparita.
Guardandosi attorno aveva scorto la grotta di marmo,
incuriosito si era avvicinato ad essa e aveva visto
la finestrella attraverso la quale gli erano apparsi i due
amanti addormentati con il sorriso sulle labbra. Mentre
contemplava il loro idillio, un raggio di sole mattutino
sfior il margine dell'apertura, avanz baldanzoso
per occupare tutto lo spazio, raggiungere il letto e
destare i giovani dai loro sogni. Allora il re raccolse in
fretta fiori ed erbe dal prato e li dispose s da chiudere
la via al sole e alla luce.
Quelli trovarono i due amanti quando si destarono,
tardi e stupiti per il sonno prolungato. Si guardarono
a lungo dubbiosi, poi Isotta disse le parole che avete
lette e sulle quali Tristano fu indotto a riflettere:
- Che mio zio abbia voluto lasciarci un messaggio? -
chiese quasi parlando a se stesso.
- Sei certo che non sapesse della presenza di questa
grotta? - intervenne Isotta.
- Se l'avesse conosciuta non me l'avrebbe tenuto
nascosto. L'animo di re Marke mi  noto come il mio,
anzi forse anche di pi. Dev'essere venuto a caccia in
questa valletta per distrarsi nella sua solitudine, ed inseguendo
qualche preda si  allontanato dal suo seguito
ed  giunto alla nostra grotta. Ha otturato l'apertura
della finestrella perch il sole non ci destasse dai nostri
sogni.
Isotta taceva pensosa. Poi disse:
- Sai che cosa credo, Tristano? Che con quei fiori
abbia voluto lasciarci un messaggio. Quale non so...
- Che ha scoperto il nostro rifugio segreto, certamente.
- Non solo questo. Forse, capitato qui per caso, ci
ha visti dormire felici e ha voluto comunicarci qualcosa.
Che siamo sempre nel suo cuore, per esempio. Che
soffre per la nostra assenza...
Questa volta fu Tristano a tacere riflettendo sulle
parole dell'amante. La quale aggiunse:
- Tu non senti mai nostalgia di tuo zio? Io non gli
sono parente, ma spesso mi sorprendo a pensare a lui
con affettuoso rimpianto per la sua grande cortesia, e
questo pensiero mi punge il cuore. Noi qui siamo liberi
di realizzare i nostri sensi d'amore, mentre lui  solo 
tra cortigiani che non lo amano e lo hanno costretto
a privarsi della nostra compagnia. Gli stessi che gli
avevano imposto di fare di te l'intermediario di nozze
nella sua domanda di matrimonio con me. Speravano
che tornando in Irlanda tu fossi riconosciuto come
l'uccisore di Morolt e messo a morte. Lo hai detto tu
stesso, ricordi?
- Certo, non avevo dubbi sulle loro intenzioni, e fu
tua madre a salvarmi la vita per la seconda volta. E il
tuo amore.
- E il suono dell'arpa, che ora per lui tace. Non pensi
mai a tuo zio? Alla tristezza della sua vecchiaia in
solitudine, che forse gli pesa sul cuore?
Tristano dovette riconoscere che non aveva pi pensato
a suo zio da quando erano giunti nella valletta
amena, travolto dalla pienezza dell'amore ricambiato.
Ma ora le parole di Isotta lo indussero a riflettere e
gettarono un'ombra sulla felicit che credeva perfetta.
E Isotta continu:
- Forse la perfezione non si addice agli esseri umani.
E noi siamo esseri umani, un uomo e una donna,
come tutti gli altri. E come tutti gli altri abbiamo bisogno
dei nostri simili. Anche di quelli che ci sono nemici.
Forse la felicit dobbiamo conquistarcela giorno
per giorno, con il nostro coraggio e, perch no? con
l'intensit del nostro amore.

 Capitolo 12.
Gli amanti lasciano la valletta amena.

Alle parole di Isotta Tristano cominci a riflettere
sulla vita felice offerta dal luogo incantato e dovette
riconoscere che la sua amata aveva ragione. Quale merito
avevano perch tutto ci che desideravano venisse
loro dato come per magia? In un posto dove non
esisteva n vento n pioggia, ma sempre splendeva il
sole, e le notti erano tiepide e lucenti di stelle quando
il loro splendore non impallidiva per la luce della
luna?
Ma soprattutto, aveva un senso il loro amore perfetto
l dove nessuno lo insidiava, dove non c'erano
nemici che lo ferissero con il loro malvolere? Dov'erano
assolutamente soli, lontani dall'invidia della corte
e dai pericoli che essa poteva tramare? Tutto questo
non esisteva neppure nella memoria, perch avevano
dimenticato le insidie che minacciavano non solo
i sentimenti ma anche la loro vita stessa.
Le parole di Isotta richiamarono Tristano alla realt.
I ricordi si affollarono improvvisamente al suo pensiero,
con il viso deforme del nano Melot e il sorriso ambiguo
del tesoriere, con il volto triste di suo zio, il vecchio
re Marke, costretto a vivere i suoi ultimi anni
senza il conforto sincero di persone che l'amavano,
l'affetto e la felicit che aveva cercato nella presenza
dei due giovani amanti...
La malinconia cominci a offuscare lo splendore della
felicit che dominava nella valletta amena, e Tristano
cerc dubbioso lo sguardo di Isotta.
- Che cosa dobbiamo fare? - le chiese dopo un lungo
silenzio pensoso.
Isotta non rispose, presa anche lei dal dubbio e l'incertezza
su chi aveva chiuso con i fiori la finestrella.
Dopo aver taciuto a lungo disse guardando il fiore tolto
dal mazzo:
- Non lo so, Tristano. Se  stato re Marke a cogliere
erbe e fiori per allontanare il sole dal nostro sonno,
il suo gesto ha un significato. Anche se  stato spontaneo,
compiuto in un momento di sorpresa, senza riflettere.
Forse ha voluto solo ritardare il nostro risveglio,
rimandare la fine del sogno in cui stiamo vivendo.
- O ha voluto prolungare la nostra felicit fuori dal
mondo... - continu Tristano prendendo dalla mano
di Isotta il fiore che lei gli stava porgendo.
Ma la bella aggiunse:
- Vedi, amore mio, questo fiore? Nella nostra vita
di fiaba non appassisce mai, ma nella realt quanto dura
un fiore reciso? Un giorno? Due giorni? Tristano
mio, non posso sapere perch re Marke ha compiuto
quel gesto, ma so di sicuro che con quel gesto ha posto
fine alla bella fiaba della nostra vita fuori dalla
realt. Forse senza volerlo ci ha richiamati alla lotta
per ottenere ci che desideriamo.
- Vuoi dire che non ti senti pi felice nella magia di
questo luogo? - chiese Tristano gi temendo la risposta
di Isotta.
- Credo proprio di si, anzi ne sono certa, - rispose
Isotta, - anche se tuo zio ha messo quei fiori senza
un'intenzione precisa, quasi senza pensare a ci che
faceva.
- Intendi dire che un semplice gesto di cortesia, come
probabilmente fu quello di mio zio, pu avere conseguenze
vitali per il nostro futuro? Farci abbandonare
la perfetta felicit del sogno per rientrare nella lotta
della realt?
- Hai espresso proprio il mio pensiero.
Cos dicendo apriva le braccia all'amante e il fiore,
caduto al suolo, appassiva immediatamente. La magia
della valletta amena era spenta, e il pensiero del vecchio
re Marke abbandonato nella sua solitudine si insinu
tra i due innamorati offuscando la felicit del loro
amore. O meglio riportandolo dal sogno alla realt.
Di comune accordo decisero di lasciare il luogo incantato
e tornare a corte. Ma come? Non avevano cavalli
e non conoscevano l'impervio cammino per varcare
i monti che isolavano la valletta dal resto del mondo.
N avevano alcuna certezza sulla persona del
signore cortese che aveva otturato la finestrella con i
fiori. Il loro pensiero lo individuava in re Marke forse
per un residuo di nostalgia annidato in fondo al cuore.
Ma se non fosse stato lui?
- Potrebbe essere il mio scudiero Paranise, venuto
con me dall'Irlanda per proteggermi in terra straniera,
come consigli la Madre quando lasciai l'isola dove
sono nata...
Cos diceva Isotta dubbiosa, e aggiungeva:
- Paranise mi  sempre stato fedele ed  l'unico alla
corte di Cornovaglia che nutre sentimenti di affetto
per re Marke. A lui ci ha affidati tuo zio quando
siamo venuti qui, ed egli certo conosce la strada del ritorno.
Che ne pensi, dolce Tristano?
- Forse hai ragione, bella Isotta. Anche se la mano
che ha colto i fiori e li ha disposti a chiudere la finestrella
 quella di mio zio, giunto qui durante una battuta
di caccia, Paranise non poteva essere lontano. Alla
sua et mio zio non andrebbe mai a caccia da solo,
e l'unico di cui potrebbe fidarsi  il tuo scudiero. Ma
come possiamo comunicare con lui? O con mio zio?
Come possiamo dire al re, tuo legittimo sposo e mio
zio materno, che non desideriamo pi vivere nel sogno
ma vogliamo tornare nella realt?
Immersi in questi pensieri i due innamorati uscirono
dalla grotta tenendosi per mano, guardando con
lieve tristezza le cose belle a cui stavano per rinunciare,
il profumo dei fiori e dell'erba perennemente freschi,
il canto dolce degli uccelli e il loro delicato svolare
all'avvicinarsi degli amanti. Mentre pensavano
queste cose lo sguardo dei due fu attratto da una colomba
bianca che giungeva ad ali spiegate e si fermava
a bere sulla vera del pozzo davanti alla grotta. Dopo
essersi dissetata restava ferma girando la testa verso
di loro.
- Guarda quella colomba! - esclam Isotta. - Pare
che cerchi il nostro sguardo e voglia dirci qualcosa.
Infatti l'uccello rimaneva immobile n volava via al
silenzioso avvicinarsi della coppia. Anzi, pareva aspettarli.
Allora essi videro che legato ad una zampina con
un filo dorato la colomba recava un cartiglio. Lo slegarono
e lo svolsero e lessero il messaggio che v'era
scritto: Soffro per la vostra assenza, figli miei, e se
anche voi provate nostalgia, scrivetelo sul retro del cartiglio.
Seguiva il sigillo di re Marke.
I due innamorati si guardarono stupiti. Poi Tristano
esclam:
- Tu avevi compreso il significato di quei fiori, gentile
Isotta. Il tuo pensiero  pi desto del mio; il tuo
cuore pi aperto a messaggi d'affetto! Che cosa rispondiamo
a questa richiesta di mio zio?
- Tu che cosa desideri? Preferisci rimanere nel mondo
della magia o tornare nella realt? - Questo chiedeva
Isotta all'amato in risposta alla sua domanda.
Ed egli:
- Come rispondiamo al messaggio della colomba?
- Io cederei alla richiesta di tuo zio. Non  giusto
che noi viviamo in tanta felicit dimenticandoci di lui
e della sua triste solitudine.
- Hai ragione. Scriviamo sul cartiglio che anche noi
soffriamo della sua assenza pur essendo qui molto felici...
Con una delle penne con le quali scrivevano i loro
versi d'amore, intinta in puro succo di more nere, formularono
la risposta sul retro del cartiglio. Con il filo
dorato lo legarono ben stretto alla zampina dell'uccello.
Isotta tenne la colomba tra le mani alcun tempo accarezzandola,
poi le apri ed essa vol ad ali ferme verso
la sua dimora sulla torre del castello dove re Marke
allevava i suoi piccioni viaggiatori. La guardarono trepidanti
forse temendo che fosse aggredita da qualche
rapace, finch scomparve dietro i monti che cingevano
la valletta.
Poi attesero ansiosi la risposta del re. Dopo qualche
giorno videro giungere Paranise a cavallo tenendo altri
due destrieri per le briglie. Lo scudiero smont e
salut molto cortesemente Tristano e Isotta:
- Queste due cavalcature sono per voi, - disse inchinandosi
ai due giovani, i quali gli fecero festa calorosamente.
- Re Marke vi invita a partire con me per
tornare a corte, se questo vi  gradito.
Isotta abbracci Paranise con le lacrime agli occhi
mentre Tristano lo ringraziava celando la gioia sotto
una dignitosa cortesia:
- Siamo felici di rivedere mio zio, - diceva inghiottendo
un groppo che gli serrava la gola, e cos dicendo
prendeva dalla mano dello scudiero una sacca di
cuoio che questi porgeva dicendo:
- Il mio sovrano vi manda questi abiti che potete
indossare prima di montare a cavallo.
Isotta apr la sacca e ne estrasse una sontuosa veste
di damasco tutta ricamata d'oro per lei e un giustacuore
di finissima pelle ornato di pizzi preziosi per Tristano.
I due giovani vestirono i doni del re ringraziando
in cuor loro la sua grande cortesia che aveva voluto
renderli presentabili alla corte riunita per assistere al
loro ritorno. E giudicarli, forse non troppo benevolmente.
Cos i due amanti lasciarono la valletta amena e tornarono
nella realt.

 Capitolo 13.
Il ritorno degli esiliati.

Il mattino seguente partirono al levar del sole per
giungere alla reggia di re Marke prima del tramonto.
Intorno al mezzod fecero sosta in un praticello sulle
pendici dei monti che circondano la valletta amena e
qui si accorsero che la magia era finita. Infatti provarono
una sensazione dimenticata da quando erano
giunti in quel luogo incantato, uno strano languore allostomaco che li faceva un poco soffrire. Lo comunicarono
a Paranise il quale disse ridendo:
- Sapete che cos' quel disturbo allo stomaco? E fame!
Una cosa che non avete mai provata nella magia
della valletta. Ma non preoccupatevi, il cuoco di corte
vi ha mandato il pranzo.
Cos dicendo distendeva sull'erba una bianca tovaglia,
apriva un involto di pelle e ne estraeva un cosciotto
d'agnello arrostito alla perfezione, un grande pane
e un otre pieno di vino. Con il coltello da caccia tagli
tre pezzi di carne e tre fette di pane su cui pos le porzioni
di agnello.
- Chiedo scusa, ma non ho portato bicchieri di peltro
per il vino. Pesavano troppo, quindi dovrete bere
dall'imboccatura dell'otre.
- Non importa, - rispose Tristano, lieto di provare
ancora il bisogno di bere. - Prima di noi uomini berr
Isotta, - aggiunse sturando l'otre e porgendolo alla
donna, che lo sollev e lo port alle labbra. Poi lo restitu
a Tristano il quale bevve a sua volta e lo porse
allo scudiero. Mentre Paranise beveva, l'amante sollecito
tagliava la porzione di carne destinata a Isotta e
la poneva sulla sua fetta di pane affinch potesse prendere
con le bianche dita i pezzetti e portarli alla bocca
senza dover mordere il pezzo intero come fecero i
due uomini con palese soddisfazione. Cos si svolse il
primo pranzo dei due amanti tornati alla vita reale.
Terminata la carne tutti addentarono la fetta di pane
impregnata del sugo dell'arrosto.
Il pranzo sull'erba si concluse con un ultimo giro
dell'otre dal quale ognuno bevve quanto la sete chiedeva.
Quindi montarono a cavallo per giungere a destinazione
prima di sera. Fu una cavalcata lunga e faticosa
soprattutto per i due amanti che nella valletta
amena non avevano avuto bisogno di cavalli per procurarsi
il cibo. Ma essi riuscirono a renderla meno gravosa
facendo progetti per il loro rientro a corte che
prevedevano allietato da feste e conviti. Ad un tratto
Paranise intervenne con parole sagge:
- Signori, permettete ad uno scudiero di interrompere
i vostri lieti discorsi. Nel soggiorno del felice esilio
forse avete dimenticato gli intrighi della corte, i pericoli
che tessono i vostri nemici, le male parole di chi
invidia e insidia la vostra felicit e quella di Re Marke,
il quale aspetta il vostro ritorno con la gioia di un padre
nel rivedere e riabbracciare i suoi figli. La vita in
un mondo perfetto vi ha forse fatto dimenticare il male
che  stato tramato contro di voi e ha imposto al re
di allontanarvi dal regno di Cornovaglia. Scusate se
voglio aprirvi gli occhi. La realt  molto diversa dal
sogno. Da quello che avete lasciato nella valletta amena
e da quello di vostro zio il quale vi attende con
gioia.
Cos parl Paranise e il sorriso si spense sulle labbra
dei due innamorati che cessarono le loro liete fantasticherie.
La prima a prendere coscienza della realt
fu Isotta, che disse:
- Paranise ha ragione. Ci siamo lasciati prendere
dall'aspetto lieto del nostro rientro a corte, come se
vivessimo ancora nel sogno a cui eravamo abituati.
Dobbiamo ringraziare Paranise che ci ha richiamati alla
realt.
- Grazie Paranise, - aggiunse Tristano, - grazie per
averci fatto scendere dal mondo dei nostri sogni. Intanto
abbiamo alleviato la fatica della cavalcata e presto
saremo in vista delle torri del castello di mio zio.
Re Marke infatti fu l'unico a scorgere dall'alto di
una torre la polvere della cavalcata in arrivo. Era salito
da solo sulla torre per poter riabbracciare i cari figli
fuori da sguardi indiscreti. Scese nelle sue stanze e
pot saziare in un triplice abbraccio l'affetto che faceva
palpitare i cuori e lacrimare gli occhi.

 Capitolo 14.
Breve giorno felice.

Dopo le prime manifestazioni di reciproca gioia e
affetto tra re Marke e i nipoti, dopo una sobria cena
nelle stanze del re a cui partecip, in veste di dispensiere
e cuoco, anche Paranise, e nella quale la frugalit
fu compensata dall'allegria che vi regn sovrana, tutti
si coricarono presto. I viaggiatori sopraffatti dalla
fatica alla quale, con l'unica eccezione dello scudiero,
non erano pi abituati, il re stanco per l'eccitazione
dell'attesa e l'emozione dell'incontro con le persone
amate che tornavano sotto il suo tetto dopo una lunga
dolorosa separazione. Tutti si abbandonarono nel
sonno in cui nervi e muscoli si distesero in dolce
ristoro.
Forse Marke fu l'ultimo a lasciarsi vincere dal sonno.
Non riusciva a frenare le lacrime, di gioia finalmente
dopo la tristezza di tanta solitudine, e il cuore
pulsava veloce per l'emozione e l'et avanzata. I ricordi
si affollavano nella sua mente, ricordi fatti di battaglie
e guerre, vittorie e sconfitte, amori fugaci e passeggeri
che nulla avevano lasciato nell'animo se non
l'entusiasmo del primo incontro con una donna giovane
e bella, ma sempre troppo disponibile perch lui era
il re, e ogni sogno d'amore svaniva nel dubbio che sotto
le manifestazioni di erotica eccitazione si celasse il
desiderio di occupare un trono.
E poi c'era Biancofiore, l'amata sorella andata sposa
al re di Parmenia: un nobile eroe dal quale aveva
concepito un figlio, ma era morto prematuramente in
battaglia. Il bimbo era nato orfano di padre, e la madre,
logorata dal dolore per la perdita dello sposo, era
morta subito dopo aver partorito. Marke, unico parente
del piccolo Tristano, cos chiamato per la triste condizione
della sua nascita, era andato a prenderlo nel
lontano regno di Parmenia e l'aveva allevato in Cornovaglia
come figlio suo.
Tristano gli aveva dato tanta gioia con il suo affetto,
e motivo di compiacimento per il coraggio e l'abilit
nell'apprendere l'uso delle armi. Aveva allietato le
quiete sere con l'arpa che suonava dolcissimamente,
con l'eccezionale capacit di apprendere le scienze del
trivio e del quadrivio, le maniere cortesi e l'innata
amabilit. Quel Tristano che nelle fattezze del volto e
la leggiadria del corpo era l'immagine vivente di sua
sorella morta di dolore.
Poi il vecchio re torn con la mente alla disfatta subita
dagli Irlandesi, l'odioso patto con il gigante Morolt
che nessuno osava sfidare per porre fine alla consegna
degli ostaggi, e la decisione di Tristano di mettere
in gioco la sua vita per rintuzzare l'orgoglio
dell'Irlanda e la sua supremazia sulla Cornovaglia. La
mano alzata dal nipote in segno di sfida gli aveva causato
un colpo al cuore, che superava l'orgoglio del gesto
del giovane. Oh, di quanto lo superava! Perch era
certo che Morolt l'avrebbe ucciso, e il suo sacrificio
sarebbe stato vano. E lui avrebbe perso l'unica gioia
della sua vecchia vita.
Invece, inspiegabilmente, il giovane esile e privo
dell'esperienza dell'altro aveva vinto e ucciso il terribile
gigante. Contro le previsioni di tutti, contro la logica
del duello, contro ogni logica. Suo nipote aveva
agito cos perch questo era il suo destino, quello stesso
che poi lo aveva portato in Irlanda, la terra del fato
di Tristano e suo. A questo punto il sonno sopraffece
il lavorio della mente che si abbandon alla deriva
del sogno.
Marke sogn che alla corte riunita presentava i due
giovani tornati dall'esilio e tutti facevano loro festa contenti
com'era contento lui. Sorpresi perch nessuno sapeva
del loro rientro a corte, tranne Paranise che aveva
tenuto fede all'impegno di segretezza voluto dal re.
L'indomani, levatisi tutti dopo un lungo sonno ristoratore,
quando si trovarono riuniti nelle stanze del re,
ripensando alla letizia provata nel sogno, Marke cos
parl:
- Figli miei, sono tanto felice di riavervi accanto a
me che vi chiedo se non possiamo prolungare di un
giorno il segreto del vostro ritorno e rimandare a domani
la vostra presentazione a corte. Ho vissuto in sogno
la nostra intimit, l'affetto e la confidenza di
quando Isotta  comparsa per la prima volta in Cornovaglia
e tutti sono stati conquistati dalla sua bellezza
e cortesia. Prolunghiamo di un giorno questo nostro
idillio. Siete d'accordo con la mia proposta?
Rispose Tristano convinto dalle parole dello zio:
- Siamo felici di vivere ancora per un giorno nell'atmosfera
felice della valletta amena accresciuta dalla
vostra presenza. Affronteremo domani l'incontro
con la realt. Tu che dici, Isotta?
L'interpellata non ebbe esitazione:
- Ne sono felice, amore mio. Rimandiamo l'incontro
con la corte che non sar n facile n indolore. Viviamo
ancora un giorno isolati e ignoti a tutti gli altri.
Paranise ci far da cuoco e da valletto. Sei disposto,
mio fedele scudiero?
Paranise si inchin in segno di obbedienza, si avvi
alle cucine e cinse il grembiule di cuoio che riparava la
livrea dagli schizzi dei cibi. Infil nello spiedo un porcellino
da latte custodito nella dispensa del re, gi mondato
degli intestini e delle zampe, pronto per essere
arrostito. Accese un fuoco di legna sotto lo spiedo e lo
ridusse a braci ardenti. A questo punto mentre cospargeva
di erbe profumate il corpo del maialino chiese
l'aiuto di Tristano perch girasse la manovella che faceva
ruotare lo schidione.
Nella gaia ilarit della piccola compagnia si vide il
prode guerriero, l'uccisore di Morolt, rimboccarsi le
maniche del giustacuore e girare lo spiedo agli ordini
dello scudiero. Durante il lungo tempo di cottura al
fuoco lento delle braci, mentre i due cuochi si alternavano
alla manovella per ristorarsi della fatica e del calore,
Isotta cantava al suono dell'arpa dolci canzoni
d'amore e pastorellerie.
Quando finalmente il porcellino fu cotto i due uomini
lo deposero su un asse di legno, lo aprirono e Paranise
cosparse l'interno di sale ed erbe profumate finemente
tritate. Poi lo portarono in tavola e il bravo
cuoco si accinse alla funzione di scalco di cui era esperto.
Poi tutti insieme mangiarono e bevvero l'ottimo
vino di re Marke gustando ogni tanto porri, cicorie e
altre verdure che Isotta aveva lavato e disposto in un
cesto per temperare il forte sapore delle carni.
Saziato l'appetito, i commensali si trattennero in
lieti conversari fino al momento di coricarsi, consapevoli
che l'indomani sarebbe stato un giorno assai diverso.
Marke si illudeva che i cortigiani avrebbero accolto
il ritorno degli esiliati con il suo stesso entusiasmo.
Gli altri, soprattutto i due amanti, sapevano che
le manifestazioni di gioia non sarebbero state sincere,
avrebbero celato il malcontento di chi sperava di aver
eliminato un rivale come Tristano.
I due amanti infatti si coricarono con l'ombra della
tristezza in volto ripensando alle parole sagge di Paranise.
 
Capitolo 15.
L'apparizione a corte di Tristano e Isotta.

Quando sfolgorante il sole inond le stanze del re,
e la corte fu riunita nella sala del trono, comparve in
pubblico Marke tenendo Tristano con la destra e con
la mano sinistra Isotta la Bionda. I due giovani splendevano
della loro consueta bellezza, accresciuta dal felice
soggiorno nella valletta dell'esilio, il re della gioia
ritrovata dopo la lunga solitudine. Avanz nella sala
con i due nipoti, godendo dello stupore che si leggeva
sulla faccia dei presenti ammutoliti per la sorpresa.
Cos parl rompendo il silenzio imbarazzato dei cortigiani:
- Miei fedeli sudditi, come vedete ho fatto tornare
dall'esilio mio nipote e la mia sposa. Troppo grande
era per me la tristezza della solitudine. Accoglieteli
con la stessa letizia con cui li ho accolti io.
Un lungo silenzio segu le parole del re, poi il tesoriere
facendo buon viso a cattiva sorte proruppe in un
grido di giubilo, subito imitato dagli altri cortigiani.
L'ipocrisia del nano Melot giunse a tal punto che si inchin
plaudendo alla decisione del sovrano. Ma il suo
viso deforme non ingann Tristano e Isotta. Non sappiamo,
e non lo sapremo mai, se re Marke si lasci convincere
dalle manifestazioni di gioia dei cortigiani, o
fosse accecato dall'entusiasmo che gli nascose la doppiezza
dei presenti. Scese dalla tribuna tenendo di nuovo
per mano i due giovani e si mescol alla folla plaudente.
Tutti ebbero parole di ammirazione per Isotta la
Bionda e per la buona forma di Tristano. Tutti si
aspettavano segni di sofferenza per le privazioni dell'esilio
e si stupirono di notare che esse non avevano
influito negativamente sulla loro bellezza e portamento.
Si complimentarono con espressioni di compiacimento
dietro le quali non era difficile scorgere la malcelata
delusione.
Segu il banchetto regale a cui furono invitati i vassalli
pi potenti, spesso parenti del re, i quali erano i
pi delusi per il ritorno di Tristano, che con la sua presenza
vanificava le loro speranze di partecipare al governo.
Durante il banchetto si moltiplicarono i complimenti
da parte dei cortigiani e delle loro consorti, anch'esse
sorprese dalla bellezza splendente dei due esiliati
che in fondo al cuore speravano di non rivedere mai
pi. Re Marke nell'entusiasmo della sua felicit non si
accorgeva della falsit delle parole, ma Tristano e Isotta
non ebbero dubbi che sotto le espressioni di giubilo dei presenti si celasse il veleno dell'invidia e la delusione
di rivederli vivi e nella grazia del re.
Cominciarono le mogli a mormorare nelle orecchie
dei mariti i loro sentimenti perversi. Una diceva:
- Guardate, sposo mio dolce, quanto si guadagna a
tradire il proprio consorte. I due adulteri sono tornati
pi belli e felici di prima, e il re cornificato li ama
di rinnovato affetto.
Il marito rispondeva:
- Non rigirare il coltello nella piaga! Ho due occhi
anch'io.
Un'altra sussurrava:
- Che cosa avreste fatto, mio dolce amore, se vi
avessi tradito con il re? Pubblicamente come loro?
- Taci donna! Tu non avresti potuto tradirmi con
il re perch non sei bella come Isotta, ma in ogni caso
ti avrei cacciata dalla mia casa e sottoposta a processo
di fronte alla corte. Adesso non darmi il tormento con
le tue chiacchiere, che sono gi abbastanza preoccupato
per il ritorno di Tristano, al quale andranno tutti
gli onori e favori del re cornuto.
Poi lo stesso cortigiano, rivolto a Tristano, disse con
voce melata:
- Voi non saprete mai, mio sire, quanto sono felice
di rivedervi a corte! Vi giuro che la vostra assenza mi
rattristava assai...
E il tesoriere aggiungeva:
- Vi giuro che anch'io ho sofferto molto per il vostro
esilio, ed ora non ho parole per esprimervi tutta
la mia gioia!
Tristano accettava queste espressioni con il suo pi
radioso sorriso, ben sapendo che erano false, soprattutto
quando venivano da coloro che conosceva come
i suoi peggiori nemici.
Infatti parl anche il nano Melot tentando un sorriso
che gli riusc come orrenda smorfia:
- Sire Tristano, alzo la coppa e brindo al vostro successo
augurandovi tanta fortuna e felicit.
Tristano lo ringrazi con un ampio sorriso dicendo
tra s: Brutto verme della terra! So benissimo che
avresti preferito vedermi morto, e ti auguro di inghiottire
come rospi i tuoi falsi complimenti.
In tal modo si concluse il banchetto regale in onore
dei due giovani amanti riapparsi a corte in tutto il
loro raggiante splendore.

 Capitolo 16.
Nuovo complotto dei cortigiani.

Appena terminato il banchetto si riunirono in conciliabolo
segreto il perfido nano, il tesoriere e i cortigiani
nemici di Tristano.
Cos parl il brutto Melot:
- Amici miei, nessuno pu ignorare quanto il ritorno
di Tristano deluda le nostre speranze e ci danneggi
tutti. Propongo di affilare le armi contro di lui.
Rispose il tesoriere:
- Avete perfettamente ragione, carissimo amico. Ma
come possiamo privare il nipote della grazia di suo zio?
Tutti approvarono le parole del tesoriere. Riprese
subito la parola il nano Melot:
- Non mi avete capito, signori miei. Io non intendevo
privare Tristano della grazia del re che lo ama come
un figlio. Intendevo privarlo della sua vita stessa.
- Volete dire ucciderlo? - chiese il tesoriere.
- Esattamente, amico mio. Togliere di mezzo la sua
persona.
- E in qual modo? Come potremmo farlo morire
senza destare sospetti? Questo  il problema.
Mentre un mormorio di orrore percorreva la piccola
assemblea, il nano riprese la parola:
- Dobbiamo pensare tutti a come farlo. Chiudiamo
qui il nostro primo incontro e ognuno elabori nella sua
mente il modo migliore per togliere di mezzo il nostro
nemico pi pericoloso.
Con la proposta del nano si sciolse la riunione dei
congiurati e ognuno se ne torn a casa sua, alcuni inorriditi,
ma i pi approvando le sue parole e meditando
come uccidere Tristano senza incorrere nella vendetta
del re.
Dopo qualche giorno si ritrovarono tutti, ma solo il
nano aveva elaborato un suo progetto e disse:
- Propongo di farlo morire di veleno. Dobbiamo
trovare una persona di fiducia che versi la polverina
mortifera nella coppa di Tristano, solo nella sua, senza
commettere errori e far morire altre persone. Chi
ritiene di poterlo fare?
Tacevano tutti assai perplessi: la cosa non era priva
di rischi.
- Non  cosa facile, - disse uno dei congiurati, - occorre
qualcuno che sia al di sopra di ogni sospetto, e
abbastanza gradito al re da poter sedere a banchetto
accanto a Tristano. E come potrebbe versare il veleno
nella coppa senza essere visto da altri?
Il nano Melot sorrise fregandosi le mani:
- Io posseggo un anello d'oro che al posto di una
gemma ha uno sportellino il cui coperchio si apre con
la pressione di un minuscolo congegno, e nasconde una
cavit vuota adatta a contenere una dose di veleno.
Anello e congegno sono stati fatti apposta da un orafo
di mia fiducia. Chi siede a convito accanto a Tristano
pu agevolmente aprire lo sportellino e versare il veleno
nella coppa del nostro nemico.
Mentre tutti tacevano dubbiosi prese la parola il tesoriere:
- Amico Melot, io avrei cuore di farlo. Dovrei prima
provare il vostro anello.
- Eccolo, - rispose il nano sfilandosi un anello d'oro.
- Provatene il funzionamento.
Il tesoriere prese l'anello e se lo infil al dito della
mano sinistra per far funzionare il congegno con la mano
destra. Istruito dal nano lo prov e apr il piccolo
contenitore del veleno. Tutto esultante esclam:
- Magnifico! Manca solo la mortale polverina e faremo
il funerale al bel Tristano!
- Non c' problema, - soggiunse il nano, - posseggo
molte variet di veleni. Trover quella pi adatta a
non far morire subito, ma lentamente come per una
perniciosa malattia.
Con queste parole si concluse il conciliabolo dei congiurati
e si decise la morte per veleno di Tristano.

 Capitolo 17.
L'avvelenamento di Tristano.

Non fu un vero convito ma piuttosto un desinare
che il re aveva progettato per dirimere le discordie che
si stavano manifestando tra i cortigiani. Pochi furono
gli invitati, ma tra di essi c'era anche il tesoriere grazie
alla sua ipocrisia, dietro la quale celava la perversit
dell'animo. Proprio per la sua manifestazione di
grande amicizia verso Tristano riusc a sedersi vicino
a lui alla tavola del banchetto. Accanto all'eroe prese
posto il re e accanto al re Isotta la Bionda.
Cos tra un conversare e l'altro, in un momento in
cui Tristano aveva rivolto la parola alla sua donna voltandosi
verso di lei, il tesoriere fingendo di sistemarsi
l'anello al dito apr lo sportellino e vers il veleno
nella coppa dell'eroe. Era un veleno privo di sapore e
non alterava la bont della bevanda.
Tristano alz la coppa rivolto a Isotta e bevve. Nellostesso tempo tutti i commensali bevvero alla salute
della bella, la quale tuttavia non distoglieva gli occhi
dal tesoriere. Ma il gesto di costui fu cos rapido che
Isotta non lo scorse. Terminato il desinare, tutti si intrattennero
a conversare. Ad un tratto Tristano fu preso
da un insolito torpore e chiese di ritirarsi nelle sue
stanze. Isotta volle accompagnarlo. Durante il percorso
l'uomo perse le forze e Isotta non riuscendo a sorreggerlo
chiam in aiuto Paranise che mai si allontanava
dalla coppia il quale giunse ad accoglierlo tra le
sue braccia e portarlo nel letto.
Subito Isotta, sospettando che si trattasse di veleno
gli somministr un antidoto distillato dalla Madre
che sempre portava nella borsa appesa alla cintura.
Con questo lo salv dalla morte. Ma non da una lunga
debolezza a cui il corpo non reagiva. Venne a trovarlo
re Marke e vedendolo cos pallido e inerte giunse
per disperazione le mani ed esclam:
- Povero figlio mio! Che cosa ti ha ridotto in questo
stato?
Intervenne Isotta la Bionda perch il malato non
riusciva neppure a parlare e disse:
- Temo, sire, che sia stato avvelenato durante il
convito. Gli ho somministrato un antidoto preparato
dalla Madre contro tutti i veleni, quelli delle erbe e
quelli delle serpi. Continuo a dargliene qualche goccia
ogni giorno e spero di salvarlo. Suoner l'arpa per lui
e in tal modo sentir la mia presenza e il mio amore.
 tutto ci che posso fare.
- Ti ringrazio, bella Isotta. Salvalo e avrai la mia riconoscenza
per tutta la vita. Ma chi pu essere cos
malvagio da volerlo avvelenare?
- Non sono sicura, ma sospetto del tesoriere. Vi ricordate
che volle sedere accanto a lui durante il desinare
? Accampando un amore per Tristano di cui ho
sempre dubitato? Lo tenevo d'occhio durante il convito,
non l'ho mai perso di vista, ma deve essere stato
cos rapido il movimento della sua mano che mi  sfuggito.
Date ordine che nessuno entri in queste stanze
tranne Paranise, che star di guardia quando io riposo.
- Dolce Isotta, non so come esprimerti la mia gratitudine.
Ma che cosa possiamo fare per impedire che
si ritenti in altro modo di porre fine alla vita del mio
caro nipote?
- Me lo domando anch'io, e temo che non esista altro
mezzo che allontanare l'oggetto del nostro amore
dalla corte e dal regno. Forse l'unico rimedio  questa
separazione; dolorosa per voi ma ancor pi per me.
Mandatelo in un regno lontano, che nessuno conosca,
dove nessuno possa tramare contro di lui. La corte 
troppo pericolosa, l'assassino pu nascondersi nelle vesti
del pi fido amico, e Tristano  odiato da tutti quelli
che invidiano il suo successo e il nostro amore.
- Ma questo vuol dire che anche voi due sarete separati.
Credi che sarai abbastanza forte da reggere questa
separazione?
- Se  per salvare la vita dell'uomo che amo la sapr
reggere.
Marke l'abbracci con l'affetto di un padre, baci
sulla pallida fronte Tristano e si allontan piangendo.
Quando l'eroe lentamente riprese le forze grazie alle
cure sapienti di Isotta, il suono dell'arpa suonata prima
dalla donna poi da entrambi, grazie soprattutto all'amore
che li univa come invisibile, indistruttibile catena,
fu deciso un incontro segreto tra i due amanti e
re Marke.
Tristano volle sapere da che male era stato colpito
dopo l'ultimo convito e Isotta non gli nascose che qualcuno
aveva tentato di avvelenarlo.
Il re conferm il sospetto di Isotta che spieg:
- Quando perdesti i sensi e Paranise ti port con le
sue braccia nel tuo letto perch io non riuscivo a sostenerti,
ho notato in te i colori del veleno, gli stessi
di quando approdasti morente alle coste dell'Irlanda.
Allora avevo imparato dalla Madre come si pu curare
l'avvelenamento, ed ella stessa mi diede una fiala di
antidoto quando lasciai la mia isola per venire in Cornovaglia.
Ti ho somministrato subito una dose di quel
medicamento salvandoti dalla morte, poi giorno per
giorno te ne feci bere alcune gocce fino a risanarti. Come
aveva fatto Isotta la Madre quando ci siamo conosciuti
e innamorati. Ricordi?
- Certo che ricordo! Ma allora il veleno era penetrato
nel mio corpo con la ferita della lama di Morolt.
Qui nessuno mi ha ferito.
Intervenne re Marke:
- Ci sono altri modi per introdurre il veleno in un
corpo. Isotta ed io sospettiamo del tesoriere, che sedeva
accanto a te durante il convito e avrebbe potuto
versartelo nella coppa del vino. Infatti subito dopo
averla vuotata ti sei sentito male e mentre Isotta ti accompagnava
nelle tue stanze sei svenuto.
Aggiunse la bella:
- Qualcuno ha tentato di avvelenarti. Non devi dimenticare,
amore mio, che a corte molti invidiano il
tuo successo e per esso ti odiano.
Tristano taceva colpito dalle parole di Isotta. Poi
chiese a suo zio:
- Anche voi, padre mio, temete per la mia vita? Anche
voi pensate che si tenter di uccidermi in altro
modo?
Rispose il vecchio re piangendo:
- S, figlio mio. La tua Isotta ha ragione. La vita a
corte  per te un pericolo continuo. Molti covano odio
contro di te e l'odio nasce dall'invidia. Siamo convinti,
la tua donna ed io, che tu debba lasciare la Cornovaglia.
- E separarmi da voi? Separarmi dalla mia dolce
amante? Non avete pensato quanto dolore coster
questa separazione? Come triste sar la vita vostra e
mia? E la solitudine di Isotta? Quanta disperazione
mi gettano nell'animo le vostre parole!
- Ci rifletteremo tutti e tre con calma, - disse Isotta,
- e con cuore risoluto prenderemo una decisione.
Intanto non uscirai dalle tue stanze. Paranise ed io ti
faremo compagnia giorno e notte; Paranise veglier
quando io riposo. Adesso calma il tuo cuore, dolce Tristano,
e quando avrai ripreso il dominio su te stesso
decideremo che cosa fare.

 Capitolo 18.
L'addio degli amanti.

Di comune accordo fu deciso che Tristano sarebbe
partito per un regno lontano accompagnato da Paranise.
Nessuno avrebbe dovuto sapere qual era il rifugio
dell'eroe. Il signore di quel regno era alleato di
Marke, un alleato sincero e fedele. Isotta la Bionda restava
in Cornovaglia per non destare sospetti a corte
e alleviare la solitudine del vecchio re. I due amanti
avrebbero dovuto restare separati, forse per sempre,
o almeno finch nessuno potesse insidiare la vita di
Tristano.
Piangendo i tre infelici si abbracciarono. Poi prese
la parola il re:
- Figli miei, non potete credere con quanta pena mi
vedo costretto a separarvi e a separarmi dal mio amato
nipote. Ma non esiste altro modo per salvare la sua
vita dalle trame di chi lo odia e invidia. Quando sar
morto, e spero presto, voi potrete riunirvi e vivere insieme
felici sia pure in un paese straniero. Il mio regno
di Cornovaglia rester senza un buon governo e
finir nelle mani pi disoneste. Ma non possiamo fare
altrimenti.
Cos parl il vecchio re e si allontan piangendo per
lasciare che i due amanti si dicessero addio nella loro intimit.
Tristano accarezz il volto di Isotta la Bionda:
- Ti amer sempre, mia dolce donna, e solo la morte
potr cancellarti dai miei pensieri.
- Non nominare la morte, amato mio. La morte 
sempre in agguato e pu raggiungerci quando meno la
aspettiamo. Non dubitare mai del mio amore, e finch
sar in cima ai tuoi desideri sappi che l'amore ci tiene
vivi. Addio, un ultimo bacio, e parti tranquillo con la
scorta di Paranise. Se avrai bisogno di me fammelo sapere
per bocca di lui.
- Addio, Isotta. Sento che sei piforte di me. Il tuo
pensiero e il tuo amore mi sorreggeranno in questo triste
esilio.
Cos si separarono gli amanti con ciglio asciutto per
forza dell'amore che li teneva uniti pur separati. Tristano
part per il lontano esilio, e il re del luogo, conoscendone
il valore, lo mise a capo dei suoi uomini. Vissero
separati in grande tristezza i due amanti fedeli.
Tristano riusciva a vincere la malinconia solo nel frastuono
delle battaglie, nel cozzo delle armi, e tale era
lo sprezzo del pericolo che sempre usciva vincitore e
coperto di gloria.
Isotta la Bionda combatteva la malinconia suonando
l'arpa e componendo canzoni per l'amante lontano.
Le era di conforto l'assidua compagnia del vecchio
re cui era affezionata come a un padre.
Tuttavia la tristezza regnava sovrana nel cuore di
tutti e tre. Tristano lontano si tormentava per la sofferenza
delle due persone amate, Isotta non poteva liberare
la mente dal pensiero che il suo amante era sempre
in battaglia, e quindi la sua vita era in pericolo, re
Marke si affliggeva per la pena degli amanti separati.
Il sorriso era scomparso dalla corte di Cornovaglia.

 Capitolo 19.
Il cagnolino Petitcrieu.

In seguito a una battaglia vittoriosa, fra i prigionieri
di Tristano si trovava una fata che teneva fra le braccia
un cagnolino di nome Petitcrieu. Incuriosito Tristano
lo accarezz e la bestiola emise un dolcissimo suono da
un campanellino che teneva al collare. A quel suono l'eroe
sent scomparire la tristezza che mai lo abbandonava
per la lontananza di Isotta. La fata gli spieg che
il trillo di quel campanellino possedeva la magia di far
cessare la pena e rasserenare l'animo di chi lo ascoltava.
Tristano allora cos le parl:
- Mia dolce prigioniera, in cambio della libert vi
chiedo di concedermi il piccolo Petitcrieu per farne
dono alla mia innamorata che soffre della nostra separazione.
- Ve lo do volentieri perch io, essendo una fata,
non ho bisogno di quel suono per scacciare la malinconia.
Cos dicendo porgeva la bestiola al condottiero vittorioso
che subito la rese libera. Poi Tristano consegn
il cagnolino al fedele Paranise che lo aveva seguito
nell'esilio, ordinandogli di andare in Cornovaglia e
affidarlo alle mani di Isotta con un biglietto in cui rivelava
la magia del campanellino.
Isotta lo ricevette con molta gioia e volle provare
subito quella magia: immediatamente il suo animo si
rasseren come se mai avesse provato tristezza. Consegn
a Paranise un biglietto per Tristano in cui lo ringraziava
del prezioso dono, ma gli rivelava che non voleva
essere consolata della sua tristezza, preferiva soffrire
perch questo voleva dire che l'amore era ancora
vivo in lei. Tosto infatti strapp il campanellino dal
collare del cane.
Tuttavia tenne con s la bestiola, carezzandola e nutrendola
con le sue stesse mani in segno di affetto.
Quando Tristano ricevette la risposta di Isotta sent
riaccendersi pi viva la fiamma dell'amore, e nei momenti
di riposo tra una battaglia e l'altra cantava per
la sua amante lontana. Cos trascorsero giorni, mesi,
forse anni, e gli amanti separati nutrivano il loro sentimento
con la sofferenza che mai li abbandonava e
componendo canzoni l'uno per l'altro.
Ma il re di quel regno lontano aveva una sorella che
si chiamava Isotta dalla Bianca Mano, la quale sentendo
Tristano cantare versi per la sua Isotta si convinse
che erano per lei e di lei l'eroe fosse innamorato.
Cominci a parlarne con il re suo fratello:
- Fratello mio, - gli ripeteva ogni giorno, - il nostro
ospite compone versi per una donna chiamata
Isotta, dev'essere innamorato di me. Perch non ci
presenti in modo che io lo veda e lui veda me?
Il re sapeva per qual motivo Tristano era stato esiliato
dalla Cornovaglia e cerc di dissuaderla dall'inganno
dicendole che la donna amata dall'eroe era
un'altra Isotta. Ma non riusc a distogliere la sorella
dall'equivoco, e un bel giorno cedendo alle insistente
di lei la invit al banchetto con il quale si festeggiava
la vittoria ottenuta da Tristano sui nemici del re. Nel
convito Isotta dalla Bianca Mano volle sedere accanto
al vincitore, il quale in cortesia le porse la mano per
farla sedere nel suo scanno.
La fanciulla era bella bench eccessivamente pallida
in volto. L'eroe ne fu colpito, ma ancor pi al contatto
della Bianca Mano, fredda come quella di un
morto. Tuttavia durante il banchetto conversarono
piacevolmente e fecero amicizia. Forse per effetto del
cibo e del vino il viso di Isotta prese un po' di colore,
ma quando lui le porse la mano per aiutarla ad uscire
dal suo scanno sent un brivido percorrergli il corpo
per il gelido contatto.
Quasi atterrito l'audace guerriero si affrett a ripararsi
nelle sue stanze e cerc di vincere il disagio componendo
una canzone per Isotta la Bionda, quella che
lui amava. Cantando al suono dell'arpa riusc a calmare
il battito del cuore e recuperare la quiete. Ma l'altra
Isotta, quella dalla Mano Bianca, lo ascoltava e
sempre pi si convinceva che Tristano fosse innamorato
di lei. Tanto cadde nell'errore che cerc di convincere
il fratello a chiedere per lei la mano del guerriero,
perch potesse diventare sua moglie.
Intanto si prospettava una nuova guerra e il re chiese
all'ospite amico di prendere la guida del suo esercito.
Sperava che la lontananza calmasse l'infatuazione
della sorella, o che si innamorasse di qualche altro giovane
della corte. Ma questo non accadde.

 Capitolo 20.
L'inganno della terza Isotta.

Da quella guerra Tristano torn vittorioso ma gravemente
ferito, tanto che spesso perdeva i sensi. Di
quei mancamenti approfitt Isotta dalla Bianca Mano
per stargli sempre accanto e curarlo sia pure senza alcun
risultato. In uno di quei momenti di debolezza la
donna impose al fratello di chiedere a Tristano di sposarla.
E l'eroe, vinto dalla spossatezza, non ebbe la forza
di opporsi e accett.
- Non credo, - disse il re a sua sorella, - che il ferito
possa consumare l'atto d'amore dovuto ad una moglie.
Troppo debole  il suo corpo, almeno per ora.
- Non importa, - rispose la donna, - sapr guarirlo e 
riportarlo alla vita. Posso aspettare.
Ma si ingannava: Tristano continu a peggiorare, al
punto che si convinse a chiamare in segreto Paranise,
l'unico di cui poteva fidarsi, e con parole sommesse gli
disse:
- Parti nascostamente e raggiungi il regno di Cornovaglia.
Cerca la regina Isotta la Bionda, dille che sto
morendo e solo la sua presenza pu salvarmi. Se accetta
di venire perch mi ama ancora, salga su una navicella
con le vele bianche. Se non accetta, le vele siano
nere perch vuol dire che non mi ama pi.
Il fido scudiero sal immediatamente su un'imbarcazione
e part. Ma le parole di Tristano erano state
udite da Isotta dalla Bianca Mano che stava spiando
dietro la pesante tenda di cuoio. La donna arse in cuore
di gelosia e decise di vendicarsi della rivale. Partito
lo scudiero calcol il tempo che occorreva per giungere
in Cornovaglia e non abbandon pi il letto del
ferito, il quale malgrado le sue cure continuava a peggiorare.
Intanto lo scudiero, giunto in Cornovaglia, si rec
subito da Isotta la Bionda e le rifer parola per parola
il messaggio di Tristano. Aggiunse che l'eroe, ferito in
battaglia, soffriva molto, oltre che per le ferite, per la
sua assenza, tanto da non desiderare pi di vivere. Se
lo amava ancora trovasse il modo di raggiungerlo al pi
presto.
Subito Isotta chiese al re il permesso di partire per
salvare la vita di Tristano, e ottenutolo si imbarc con
l'aiuto di Paranise per il regno lontano dell'esilio, dove
il suo amato giaceva morente. Tanta fu la fretta di
partire che non afferr neppure il suo bianco mantello 
prima di salire sulla navicella, che subito salp per
il mare aperto. Dopo alcuni giorni di navigazione fu
avvistato il porto d'arrivo e Isotta fece innalzare tutte
le vele bianche per assicurare l'amante che giungeva
a salvarlo con il suo amore e la scienza appresa da
Isotta la Madre.
Ma in quel tempo Tristano morente aveva gi perso
la vista e chiedeva ogni giorno alla moglie se appariva
una nave con le vele bianche. Quando la nave apparve
con tutte le vele bianche dispiegate al sole Isotta
dalla Bianca Mano arse di gelosia e rispose a
Tristano mentendo:
- Una nave  apparsa or ora ma le vele sono tutte
nere.
A quelle parole l'uomo innamorato, convinto che
Isotta la Bionda non lo amasse pi, gir il capo verso
il muro e si lasci morire. Quando la nave tocc il porto
la bella donna corse a riva senza attendere che Paranise
l'aiutasse, si bagn la veste nell'acqua del mare
e subito si precipit al letto di Tristano.
Trovandolo gi freddo si gett su di lui e mor di
dolore accanto al suo corpo. Sposando Isotta dalla
Bianca Mano Tristano aveva sposato la morte. Il re del
luogo pianse su di loro e li fece seppellire nel medesimo
sarcofago affinch, se i due amanti non avevano
potuto godere insieme la vita, potessero almeno riposare
insieme nel sonno della morte.
...
.
...
Postilla.
...
.
...
Il racconto  una libera interpretazione del poema Tristano,
composto da Gottfried von Strassburg nei primi vent'anni del
XIII secolo. Del triplice nome Isotta di origine celtica non conosco
il significato, mentre  chiaro il senso dei tre epiteti: la Madre
 la fonte della vita, perch d la vita e la sa risanare, la Bionda
 l'amore che nutre con la sua bellezza e ancor pi con la fedelt
alla persona amata, la Bianca Mano  la morte, come
indicano il colore e il gelo dell'arto. Nel poema, a cui fu dato pi
tardi il titolo di Tristano dai primi editori moderni perch i poemi
medievali non avevano titolo, non c' dubbio che Gottfried
conosceva chiaramente il significato dei tre epiteti, forse gi presenti
nella tradizione celtica. Se avesse potuto terminare il suo
poema, cosa che non  avvenuta e non sappiamo perch, forse
l'avrebbe spiegato. Dico forse per eccesso di cautela.
Quello che invece appare chiaro dalla lettura dell'opera del
poeta di Strasburgo  il senso religioso, la presenza assidua di un
cristianesimo razionale e immanente, espresso fin dalla introduzione
nella parafrasi dell'eucarestia, nel Giudizio di Dio a cui viene
sottoposta Isotta la Bionda per volont della corte, e nella sua
preghiera prima di stringere il ferro rovente con la mano nuda.
Infine trionfante nell'esito dell'episodio in cui Dio avalla il giuramento
falso formulato dall'eroina. Era la base della concezione
razionalistica del cristianesimo di Gottfried ispirato alla filosofia
di Abelardo, e sconfitto nella tradizione cattolica dalla mistica
di Bernardo di Chiaravalle.
Tutto il poema  ispirato alla vicenda storica di Abelardo ed
Eloisa, amanti infelici, in cui la vera protagonista  Eloisa, modello
di Isotta che preferisce soffrire per la separazione
dall'amato che non trovare conforto nella preghiera, in quel monastero
del Paracleto fondato per lei da Abelardo, e in cui  stata costretta
a prendere il velo. Ma per maggior chiarezza sulla storia dei
due amanti si veda il carteggio tra di loro riportato da Abelardo
nell'opera Historia Calatnitatum meamm.
Ho voluto attenermi alla tradizione precristiana della vicenda
di Tristano e Isotta, certamente di origine celtica, prescindendo
dalla sovrapposizione religiosa cristiana operata da Gottfried. Per
una pi chiara comprensione di questo giudizio si veda l'introduzione
alla mia traduzione dall'originale del poema medievale (prima
edizione nei Millenni Einaudi del 1985, ristampata poi nei
Tascabili Einaudi nel 1994).
Ho eliminato anche il tema dell'adulterio e i sotterfugi dei due
amanti per sfuggire al controllo dei cortigiani e di re Marke, il
quale nel romanzo composto da Gottfried intorno al 1220 non
rinuncia al diritto maritale. Questo tema era molto gradito al gusto
dell'avventura piccante diffuso nelle corti, fino al limite del
picaresco e dell'osceno. Limite che il poeta di Strasburgo non supera
mai, anche se era nella tradizione narrativa, presente e molto
insistito nelle opere giullaresche di Eilhart von Oberge e di
Broul, dai quali il poeta di Strasburgo prende apertamente le distanze:
il suo non  un poema giullaresco ma cortese, cio composto
per le corti, dalle quali prende il nome che ancor oggi lo
contraddistingue.
Nel mio racconto, avvalendomi della libert concessa ai narratori
di miti celebri, tra i quali basterebbe citare il Tristano di
Thomas Mann e l'opera di Wagner, ho fatto di re Marke un padre
sollecito della felicit dei due amanti, anzich il vecchio re
cornificato dalla giovane moglie, come compare nella tradizione
giullaresca. Tristano infatti si rivolge a lui chiamandolo padre
e Marke usa il termine figli miei per i due amanti infelici. Su
questo rapporto affettivo ho insistito per dare consistenza etica
ed estetica al mio racconto.
...
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...
FINE.